Isolanti

novembre 11, 2014 § 1 Commento

Portava sempre dei guanti di latte in polvere, quello strano signore con mezza mortadella al posto della testa poggiata su un sottilissimo collo dotato di un’unica narice e le braccia di ragnatela attaccate al posto dei capezzoli, strano perché non salutava mai i condomini, dal che si sarebbe potuto dedurre che difficilmente sarebbe mai stato al centro di un’avvincente storia di cronaca nera e che mai e poi mai avrebbe potuto avere dei figli dalla sua asciugatrice professionista che aveva terminato il corso di laurea quinquennale senza battere ciglio, provocandosi seri problemi di secchezza oculare e un certo dolore al rene destro, proprio quel rene che di lì a qualche anno le sarebbe stato asportato per farci una Smart gialla. Una certa aria di mistero e un vago senso d’inquietudine avvolgevano lo strano uomo che non salutava i condomini, dava l’impressione di nascondere un terrificante segreto, un po’ come tutti gli uomini che vestono sempre di blu prima di uscire dal bagno e viaggiano solo su treni composti da polpette al sugo stretto stretto. Nonostante la compagnia perpetua di risate di scherno, non rinunciava mai allo stile: la sua giacca fatta di lettere scritte a persone mai conosciute, alcune delle quali probabilmente mai esistite, macchie di caffè e tubi di scarico industriali gli permetteva di conservare eleganza, droga, mosche e un pollo vivo nel congelatore dei vicini. Il signor Omasimalele, detto affettuosamente “Occhi di Bronte” dal suo navigatore satellitare a causa di una bislacca manganellata sul cuore del suo pappagallo in poliestere che aveva reso l’animale afgano e lui lievemente più salato, in realtà non aveva alcun terrificante segreto, a meno che non si voglia considerare un terrificante segreto un’enorme escrescenza purulenta all’altezza della caviglia che gli provocava un’andatura che non si sapeva mai bene se definire zoppa oppure ondeggiante. Seguendo le antiche tradizioni maceratesi e i consigli della mescalina, cercava di nasconderla al mondo legandoci sopra filetti di baccalà alla vicentina e ortensie, mostrando anche una buona disinvoltura, accorgimenti che pur donandogli un aspetto molto signorile, difficilmente ingannavano i ferrovieri in pensione. Per motivi che ancora oggi rimangono sconosciuti, un giorno qualsiasi decise di dare una svolta alla sua vita e iniziò a vomitare da quello che si sarebbe potuto definire il suo naso: un singolo conato che durò quarantasei giorni, una maturazione di un ananas e un sudoku livello intermedio. Contemporaneamente il suo atteggiamento verso l’umanità mutò radicalmente: iniziò a passare intere mattinate al citofono pur di salutare tutti i condomini, anche se il fatto di non avere una bocca gli consentiva di farlo esclusivamente dando vigorose capocciate alla mascherina metallica; prese a tagliarsi fette di testa e a offrirle ai passanti, un po’ lorde del liquido giallastro che ininterrottamente gli colava addosso, comunque molto profumate; ma, soprattutto, iniziò a rasparsi l’ano con vigore donando tanta allegria a preti e moschettieri. Dopo circa una settimana finì per perdere completamente la testa, così cominciò ad abbracciare ogni cosa che non vedeva, ma non poté continuare a lungo, ben presto gli cadde il braccio attaccato al seno sinistro, seno che allo stesso tempo principiò a gonfiarsi vistosamente. Il giorno in cui il fiotto di vomito improvvisamente terminò di scorrergli dal collo, fece una breve corsa nella via affollata – se corsa poteva essere definita, quell’incedere quasi rotatorio di un torso legato alle sottili gambe malferme – con un evidente sorriso di derisione che gli spuntava da non si saprebbe saputo dire quale parte del corpo, sino a quando, un attimo prima che stramazzasse esanime a terra, il seno ormai enorme eruttò un nano di plastica bianchissima lacerandogli le carni. La sua asciugatrice professionista, che segretamente lo amava e pedinava da vicino, sembrò impazzire dal dolore e, benché ormai cieca, afferrò il nano bianchissimo e in corsa iniziò a darlo in testa ad ogni persona che le veniva a tiro, trascinandosi dietro il macchinario della dialisi e un ragguardevole numero di bestemmie al Papa. Arrampicatasi su di un balconcino in marmo senza ringhiera si liberò in un impetuosa pisciata su un folto gruppo di individui dalla testa à la julienne casualmente incontratisi sotto di lei – alcuni dei quali pronunciavano profondissimi discorsi su quanto essi fossero complicati e maledetti, molto più complicati e maledetti del resto dell’umanità – e mentre con la destra sulla vagina cercava di dirigere il getto perché nessuno venisse risparmiato, con la sinistra che ancora stringeva il nano bianchissimo si colpiva ferocemente il volto urlando “Della stessa superficialità io muoia”, sino a fornire una lineare rappresentazione del gesto efficace, non riuscendo comunque a superare l’impeto adolescenziale delle fantastiche tesi declamate sotto le sue gambe divaricate e bellissime. Del folto gruppo di individui colpiti dal piscio, la maggior parte si trasformarono in gallinelle zompettanti e proprio mentre con gran piglio cercavano di concludere i loro sofisticati ragionamenti sull’uguaglianza tra l’uomo e il riccio di mare, nel massimo sforzo di far colpo l’uno sull’altro, dal becco gli uscirono ad altissimo volume parole del tipo “Uno entra ne caffè bum ahah pene” oppure “Wawawawawawawa, ehehehehe, tu bella, eheh”. Dei pochi ancora umani, cinque rimasero molto in bilico tra compassione e compiacimento, nell’indecisione lanciando comunque del becchime ai piccoli pennuti, mentre gli altri tre, quasi accovacciandosi verso di loro, presero ad urlargli addosso con furore “SIETE GALLINE, GALLINE PER DIO”, riuscendo a sterminarli con la vergogna. Dalla narice di Omasimalele, rimasto a giacere in terra poco distante, aiutandosi con le braccia emerse un minuscolo omino tutto nero, il pollo vivo lo ingoiò in un boccone, diventò l’essere più bello del pianeta e risalì sulla sua Smart gialla, comunque piena di mosche.
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