Lepidotteri

giugno 30, 2014 § 8 commenti

Un piccolo bambino russo sapeva fare la pipì ghiacciata o gli arancini coi gomiti, non è mai stato chiaro a nessuno e questo potrebbe cambiare il senso di tutta la storia del Montenegro, o forse sapeva incartare organi artificiali e fare sculture semoventi coi peli di gatto, ma quel che è certo è che impagliava mozzarelle come nessun altro e per questo lo chiamavano con l’anonimo. Passava la maggior parte del tempo a vantarsi molto della sua pronunciata ernia ombelicale cercando di creare confusione sulla propria minuscola consistenza genitale, ma le piccole bambine russe – nonostante l’uso massiccio di raffinato stalking informatico, di finti neologismi di cui si sarebbe vergognato qualsiasi dodicenne vissuto dalla metà degli anni novanta in poi e di concetti complicati affrontati con magnifica superficialità – non si lasciavano ingannare a lungo, dopo circa cinque giorni lo abbandonavano, tutte scrivendogli per messaggio lo stesso proverbio moscovita: “Uaglio’, a me m’ piac’ o cazz'”.
A dispetto di questa vita ricca di soddisfazioni, però, sempre più spesso la storia della fuga delle porte basculanti gli metteva in corpo una certa inquietudine e in testa un enorme dubbio: e se anche lui avesse dovuto comprare un tosaerba? Dimostrava così un’acuta comprensione della situazione sociopolitica e un’idea piuttosto rude della bioingegneria. In preda ad una ragionevole preoccupazione decise di avviare una coltivazione di pannocchie, dando un notevole contributo all’avanzata del porno ambientalista ma in fondo continuando a non trovare una serenità duratura.
Fu in un pomeriggio decisamente molto estivo che conobbe uno stimato uomo dell’Arkansas che solo dopo scoprì essere famoso in tutto il mondo perché srotolava i rotoloni Regina con un unico peto, ma al momento del loro incontro nei bagni dell’Autogrill di Roncobilaccio per il piccolo bambino era solo uno stimato uomo dell’Arkansas senza un occhio. Nella bella stagione lo stimato uomo lasciava sempre scoperta la cavità sopra il suo zigomo sinistro, per accogliere la nidificazione delle falene più bisognose. Puntualmente se ne innamorava sino a portarle all’altare, rinnovando così di continuo il suo stato di vedovanza.
Quel fortunato attacco di diarrea contemporaneo li tenne per molto tempo vicini, intrapresero così una lunga conversazione separati solo da una sottile parete di compensato e dallo scrosciare delle evacuazioni. In quelle poche ore lo stimato uomo cercò di instillare nel piccolo bambino alcuni dei valori fondamentali della vita: il sesso violento, la vacuità dell’apparire, la pizza con le scarole.
Il piccolo bambino ormai trentunenne stette ad ascoltare tutto il tempo, solo alla fine gli rispose in russo “Tengo un pisello tanto”, tastandosi l’ernia.
Lo stimato uomo tornò in macchina, dove lo attendeva quella che sarebbe stata la sua ultima falena, con la confortante convinzione d’aver aiutato qualcuno.
Il piccolo bambino russo, sopraffatto dalle chiare rivelazioni che aveva finto di non capire, convintosi al suicidio iniziò a camminare per giorni e giorni riuscendo a pensare solo a quale sarebbe stato il modo più spettacolare di togliersi la vita, finendo ucciso dalla fame e dalla sete.
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Attitudini

giugno 25, 2014 § 2 commenti

Un uomo fatto di sputi, grida e margarina, arrotolava la faccia ogni sera attorno ad una statuetta della Madonna di Lourdes che traspirava dalle ascelle tequila scura, tabacco e potassio, “Un toccasana per la bestemmia grassa e stimola la diuresi”, diceva. Non aveva mai avuto una vera e propria famiglia, era cresciuto nel convento delle suore Carmelitane in tanga di Granada, che gli avevano conferito una rigida educazione cattolica vecchio stampo, facendogli così vincere per sette volte il campionato mondiale di cunnilingus.
Uno dei suoi migliori amici era un alluce cecoslovacco di nome Scrotallo, nostalgico socialista che per ragioni allergiche non aveva mai del tutto accettato le conseguenze della Rivoluzione di velluto. A causa di una piccola malformazione congenita, Scrotallo riusciva a parlare solo in alfabeto farfallino letto al contrario, il che gli procurava alcuni problemi al momento della defecazione in treno che tentava di superare costruendo castelli in agave. I due passavano molte serate a sanguinare dal naso e giocare a scacchi, raccontandosi storie a volte non troppo edificanti, come quella volta in cui Scrotallo passò sei giorni dentro l’ano di un carabiniere di Siviglia, un po’ per attraversare la frontiera marocchina con i suoi nove paccotti di mescalina da tredici chili l’uno senza destare sospetti, un po’ per un omaggio al repertorio Arboriano.
Ostio Sagre era in servizio presso l’Arma spagnola da ormai quarantasei anni e la sua carriera sino ad allora era stata piuttosto ordinaria, senza lode e senza infamia, se si esclude quella storia della sciabola in culo a tutte e novantadue suore del convento delle Carmelitane in tanga di Granada in una notte sola – storia di cui la stampa esagerò molto l’apporto innovativo nel rapporto tra il cattolicesimo e la birra, bisogna dirlo – per cui ricevette, nel settantanove, tre encomi ufficiali e un’onorificenza regale.
Il brio di quei meravigliosi anni post-dittatura in cui nessuno voleva negarsi la possibilità d’essere eroe svanì in fretta, lasciando nell’animo di tutti un profondo senso di vene varicose.
Fu in quel lungo periodo di disco-music e orchite cronica dilagante, precisamente in una serata scialba di un giorno scialbo fatto di attentati separatisti scialbi, che Ostio incontrò Scrotallo in un bar per petomani riconvertiti all’adorazione delle palme da dattero amaro, parlarono di musica concreta e smalti antiruggine, intuendo da subito che per lungo tempo avrebbero comprato giubbini di finta pelle.
L’uomo dalla faccia arrotolata, in una sera di quelle passate intorno ad uno gnu poco socievole ma leale e un bicchiere di Ritalin, per lo spavento d’una porta sbattuta dallo scirocco, cadde sul tavolo, rovesciò la scacchiera e con l’alfiere infilzò sotto l’unghia Scrotallo che diventò immediatamente un piccolo uomo e sparò subito al cuore dell’altro che era rimasto sul tavolo per tutto il tempo, gridando continuamente a squarciagola “e fa la cameriera”. Le suore di Granada furono immediatamente messe al corrente dell’accaduto dal loro idraulico, un’upupa ormai in là con gli anni, e la presero molto male, così chiesero vendetta a Ostio Sagre, cui erano rimaste legate da un tenero rapporto anale. Ostio non poté che rintracciare dopo pochi secondi Scrotallo e urinargli sopra sino ad ucciderlo e poi morire eroicamente nella stessa scarna stanza insieme alle suore ormai decrepite in un tripudio di bocchini e chiavate mentre la faccia arrotolata urlava a bocca larga il vuoto dei piccoli uomini e la verità della penetrazione, aprendosi e chiudendosi attorno alla statuetta che sgretolandosi si rivelò essere per quello che era, una nonna nuda, in realtà poi anche lei scoperta morta dai vicini. Gli unici a partecipare ai funerali furono l’upupa e lo gnu, sferzati da un tremendo scirocco.

Torace

giugno 12, 2014 § 8 commenti

Mano alla nuca
cranio nel braccio sinistro
espiro lotta
impassibile ferma incosciente
nell’unico modo di fare
in faccia
prendo al collo
trovo il ritmo
parlo nelle inspirazioni che i significati vengano incanalati non vorrei ripetermi
così lucido
non so perdere conoscenza di me e delle mie parti parlo piano
espongo chiaramente
carenze vitaminiche allegria svenimenti assalto assalto tremore leggerezza notte qui mi voglio scorrere e mai altrove lo sto spiegando sputi lacerazioni libertà urla merda sangue unghie pelle nevrosi spero ci si sia intesi scontrarmi le spalle nei passi dell’andare con tutto il rassicurante visto vissuto o pensato lo regalo al tempo perduto
dove qui
invece
nulla si perde
ché il tempo, tra l’altro, è grandezza fisica inesistente
sono mica i giorni sant’iddio marcio da tenere in conto oppure la conservazione io mi abbraccio alla luna corro verso me chi voglio essere cosa voglio divampo in velocità io brillo in ogni punto io brillo nei cliché distrutti io scorticato e sporco brillo ad un passo dallo schianto o dalla salvezza
io brillo
io sono tutto il mio cielo che mi sovrasta
e accoglie
mento
non lo sono tutto
confondo le parole
per verificarne la precisione
in questa calma gravida
fiore del verde mio sfondato da luce naufraga orizzontale ricovero o appiglio d’un vago tremolio delle estremità e dell’orizzonte insieme ma io affondo la presa nelle budella d’ogni cosa umana che mi percorre strappo le porto alla bocca m’imbratto ne faccio offerta mentre lo sguardo sempre saldo lo sguardo non
trema
lo sguardo non
vacilla
non segue il gesto
non si distrae
non spiega non chiede
sa e dice
costruire creare diramarsi in nuove forme qui so cercare qui so trovarmi
nel centro del centro della comprensione si parla lo stesso silenzio.
Prima del tramonto saremo di nuovo sbronzi e andremo a finire in quest’acqua che sembra gelida, ci asciugheremo con le mani, rideremo e saremo morti di freddo.

Dove sono?

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