L’inizio è la fine è l’inizio, dalle evanescenze nascono fiori.

marzo 15, 2013 § 4 commenti

Il giorno che sembravamo colarci dentro dalle pareti con il fluire di sempre poi io succedeva che mi trovavo le molecole una incollata all’altra che praticamente si poteva parlare di impermeabilità involontaria come un processo di desertificazione qualsiasi nel mondo, però lì ferma che rimanevi fuori dalle pareti e non sentivo più niente colarmi dentro con la sensibilità tipica delle pareti interne, niente, senza una grande sorpresa che da tempo vedevo questa sorta di arma raggelante che stava caricando il colpo contro di me e poi una mattina di tante fuoco, annientamento delle capacità empatiche se mai era stata empatia quella. Mi ero organizzato spero per disidratarmi anche io al mio meglio che la questione della paura di non valere una ferita l’ho sempre trovata piuttosto scabrosa come se una ferita valesse mai niente più che un dolore, potremmo essere talmente efficienti da non rimanerci neanche alone, era solo questione di metodo. Siamo morti tutti morti ancora morti soprattutto finalmente morti sarebbe stato onesto dirselo, dirselo con pochissima eleganza e sensibilità, rappresentazione scenica mai richiesta di replica di uno scolorirsi giorno per giorno fino a diventare bianchi senza macchia quasi fossimo cavalieri più bianchi delle ossa, inutili tentativi di dividere le perdite, ma cosa è stato questo raggranellarsi dal fondo tutte le miserie che avevamo in possesso e farcene dono come se ci fosse stata mai l’idea di una sopravvivenza possibile a metà della cresta di galleggiamento come se ci fosse mai stato un bisogno avvertito di resistere è stata confusione o omissione di lettere, riesistere ogni giorno nella luce di nuovi giorni completamente rasi al suolo da un tempo non addomesticato dalle ore intendevo ed è stato qui forse il grosso fraintendimento, cercavo di spiegarti con difficoltà di comunicazione come fossimo di due emisferi diversi, ma tu la parli la mia lingua delle concezioni base della vita mi veniva da domandarti spesso, ma ero molto stanco e non volevo metterti in difficoltà con grammatiche a te sconosciute, così da solo mi andavo dicendo ma come ma come avevo chiesto di rimanere sveglio tutto sveglio in ogni istante di carni aperte sentire ogni bestemmia ogni sputo ogni infezione che mi fosse caduta accidentalmente dentro o strisciata arrampicandosi sui bordi delle vie d’accesso ma come disastro della pelle e cielo grigio ti avevo invocato in estrema miseria da un barattolo incollato ventisei metri sotto terra arrivava aria a stento dagli appositi sistemi, ossigeno tre volte al giorno in porzioni precise bastevoli a rimanere stesi in in silenzio un battito di ciglia all’ora due del cuore polmoni al rallentatore per essere tutto un respiro di giorno e uno di notte in un alternarsi della luce del tutto impercepibile buio, ma come disastro delle ossa tu lo sapevi le grandi assenze come apnee fatica agli occhi fatica alle tempie fatica dentro agli occhi sullo sguardo che non sposa più niente masso o più precisamente macigno ho versato tutta la fatica che potevo, ma poi rassicurandomi pensavo anche che da qualche parte ce ne andremo tutti ed è difficile che sia la stessa parte mi dicevo, difficile molto per quei due lì figuranti che ci eravamo lasciati diventare. Così coltivo silenzi con tenera attenzione, mentre all’improvviso constato l’assenza di macerie dove mi stanno rifiorendo gli occhi in sensibile anticipo sulla primavera, rifiorendo come se mai avessero iniziato a farlo e mai avessero smesso, aggrappandosi prepotenti con le radici sprofondate in certi posti inconcepiti dall’anatomia ufficiale, quasi urlo inconsciamente chiamiamoci droga chiamiamoci vento chiamiamoci sconfitta chiamiamoci rivoluzione chiamiamoci tana o coltello fino all’afonia completa fino a disperdere il significato di queste sequenze di lettere e non averci più nessun significato e soprattutto nessun motivo esserci invero quietivo efficace, catarsi estetica di ogni martirio, rimpolpare l’aria di decostruzioni estreme per respirare solo punti primi c’è tremore c’è l’incoscienza propria della realtà violata come merita in più punti e ci è bastato infrangerci sopra e noi ovviamente siamo mare e la realtà sabbia o scoglio che ad ogni riflusso nostro arretra i confini suoi per lasciarci più spazio possibile totalmente consapevoli tutti e tre io tu e la realtà che l’unico finale possibile è la sommersione completa, noi non siamo di qui, noi non potremmo esistere così e invece siamo mare, stringiamoci, acqua nei polmoni acqua dai polmoni, è questo affogare che ci salverà.
Annunci

You’re not real, girl ma mica è vero

marzo 5, 2013 § 1 Commento

Io la crisi diciamocelo sinceramente è il solo momento che so vivere di slancio che poi mi sa che quando la crisi diventa permanente non si può chiamare più crisi ma questi sono dettagli linguistici che attualmente non riguardano la questione se ve n’è una, la consapevole disillusione sul giungere quasi magico di quel momento che dici di risoluzione definitiva delle crepe o dei crolli come si potessero dare in appalto ad una specie di impresa edile del destino o chissà cosa i lavori di risanamento, rimozione e pulizia ed un giorno a caso ritrovarli finiti questi lavori e secondo la regola dell’arte e con perizia che ci si possa svegliare in un rassicurante e confortevole oblio dello stato precedente delle cose tanto da sembrare mai esistite veramente le cose come stavano prima, questo placebo qui io credo che puoi anche cercare di convincertene tanto da prenderlo sul serio se ci hai una fottuta paura e non dico non ci siano stati momenti di pressione bassa che io non abbia provato a cedere a questa idea soffice di superamento degli accadimenti interiori tornandone inesorabilmente sconfitto, come poi già sapevo in partenza, per poi finalmente concludere con la consapevole disillusione di cui sopra e con il dolorosissimo sollievo tipico di certe prese di coscienza. Non dico per tutti ma la mia stabile disperazione è l’unico modo che mi è mio, che ci si dovrebbe poi intendere sul concetto di disperazione come gradino successivo dell’esasperazione anche di bellezza o altre robe vitali uguale alla sua accezione classicamente negativa, ma sarebbe ampia deviazione da questo pur vago filo di discorso e rifocalizzando dico che alla luce di quanto sopra scoperto non penso mi sia utile alcuna liberazione momentanea dal peso o ripianamento esterno di voragini, penso che la strada sia accudirsi i resti come conservazione storica onesta dei resti che non sia tradimento dell’avvicendarsi del tempo, sia accettazione delle macerie vive e delle psicopatologie come patrimonio di memoria, unica cura efficace contro i sistemi avversi alla purezza, sia il contatto che fa calore chiamato ingenuamente se vogliamo condivisione involontaria o capacità di empatia, che possa risultare costruzione di nuove insperate strutture che siano riparo incrollabile in un certo spazio da consumare insieme per fare spazio nuovo mai respirato, riparo tale da potersi permettere debolezza candida che non ha pudore di sé nella libertà di essere trasparenti, nell’ineluttabilità della trasparenza in un vuoto di pretese, l’assenza di ipotesi di scelta all’essere aderenti a sé in ogni millimetro, avere un fiato sincrono in un aria libera dalla corrosività propria delle incomprensioni in un tempo nuovo mai vissuto improbabile come l’arte, così parlavo di ricollocazione, così dicevo tendersi con tre dita il lembo della pelle senza alcuna forma di compassione per disinfettarsi il profondo della carne, lisciarsi superfici tattili sullo squarcio e altre cicatrici vecchie per ripassare trame di storie e di guerre già imparate in un indeterminato prima che non ha alcuna importanza che non sia mai storicamente avvenuto, avendo noi le matite portentose del facciamo che per disegnarci in questa ricollocazione spaziotemporale le nuove regole che non prevedono le stesse opzioni di possibilità o impossibilità da sempre conosciute potendo noi ridefinire il reale entro nuovi confini piuttosto sfumati e quasi inesistenti e aggiungerei incomprensibili al di fuori di questo luogo nostro, dove poi bisogna dirlo diventerebbero irrilevanti svariati concetti come unicità, eternità e totalità ché quando anche per un solo istante, diciamo istante anche se il concetto di istante bisognerebbe assumerlo come fuori luogo pur’esso, spazio e tempo diventano ingranaggio liberamente plasmabile di una sovrastruttura emozionale che li contenga non puoi più avere preoccupazione dello spazio e del tempo, si possiede o più precisamente si è senza dubbio eternità e totalità, senza che abbia senso più dire di prospettiva o durata, per quanto concerne poi la ripetibilità, dicevo, che ripetibilità può avere un istante che dire istante o infinito è esattamente uguale, quale ripetibilità mai, unicità ontologica, connaturata e genetica, si capisce, unicità direi da una unica volta nella vita se non fosse un altro orizzonte temporale inutilizzabile, e direi anche mai più che adesso, avesse senso parlare di un adesso, ti ho visto e tu mi hai visto mia finta sconosciuta ad ingannevoli chilometri di distanza e tutte queste parole sopra le sapevi già a memoria ho parlato un sacco, quanto ho parlato nei miei eccessi di lirismo, nelle mie esagerazioni etiliche e un’altra me la tengo per dopo, ma io non voglio parlare troppo io non voglio parlare quasi mai che io ora è solo il calore delle mani che voglio parlare l’abisso degli occhi anche ma poi niente altro ci sarebbe bisogno di parlare se è vero che tu sei tu come ti penso vicina come ti penso, sfioriamoci, certo che sei tu, niente altro lo sai in un tellurico silenzio di vicinanza paralizzante da fisica percezione, in un commosso abbraccio.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per marzo, 2013 su deanmorrisonn.