Ultime lettere

gennaio 24, 2013 § 1 Commento

(incipit di quelle cose che non continuerò mai a scrivere)
Io sono sempre stato più bravo con i requiem data la mia dimestichezza alla guida della disperazione. Senza mai preferirla, però bisogna dirlo che è di quei posti che conosci e non ti piacciono, però dentro non ti ci perdi, che le strade non cambiano mai. La felicità invece magari è uguale per tutte le famiglie, diceva Lev, però no, la felicità quella tua personale non è uguale, semplicemente che non lo puoi capire se è uguale, che la felicità non si capisce, e poi è drasticamente anarchica e dinamica, mimetica e sfuggente, tu la felicità non è che puoi guidarla, affrontarla, decidere che te la prendi tutta e non se ne parli più che tanto poi passa, quella è la disperazione. Neanche nasconderla o rimandarla puoi, tu con la felicità non decidi niente, è lei che ti prende tutto. E neanche a berci su ci fai niente, lei c’è e non ti da retta proprio. Puoi solo rifiutarla a priori, quello si, se stai attento assai. Io credo che ho letto sia banale la felicità, ma mica è vero, rende banali forse, quello si, che tu quando ti prende non è che stai lì a pensarci o sei in condizioni di farlo, quando succede che sei felice tu non pensi ad un cazzo, che forse è proprio condizione necessaria per dirsi felice, non pensare ad un cazzo oltre che a prenderti queste scariche di endorfina come bombardamenti dentro al cervello e fine, che ti devi riflettere. E quindi io ho sempre saputo di non saperla scrivere la felicità durante la felicità. Cerco di dirla a volte in quegli attimi in cui mi dispero dalla felicità, ma io lo so che non viene bene.
L’amore appena nato è una cosa di felicità, per forza. Pure se non è felicità, ti sembra felicità, quasi sempre. Poi se ti accorgi che non era felicità, non era amore appena nato, era che ti eri confuso, capita di confondersi bene, però te ne accorgi dopo, che intanto pensi di essere felice ed è simile a quando lo sei solo che passa prima, uguale all’amore insomma. Direi che pure l’amore in genere è roba di felicità, dovrebbe essere, che in fondo ci ha sempre un fondo di fortuna l’amore e se sei un poco fortunato dovresti essere almeno un poco felice, se te ne rendi conto, capita di rendersene conto dopo un poco, dell’amore. C’è poi la grande questione se l’amore è una cosa che finisce prima della vita oppure no ed è questione grossa assai, però io mi pare di poter dire che è difficile che finisce proprio, mi sembra più un sasso che poi magari diventa sabbia, però mica finisce. Una roba di sedimenti che rimane e che se c’è stato vento forte magari sono sedimenti che rimangono tutti da un lato solo, oppure se non ce n’è rimangono a metà, però io credo che comunque rimangono da qualche parte, che non abbiamo apparato per digerirli. E se ci hai tanta sabbia diversa nel cuore, anche lì dovresti essere felice, se ce l’hai tutta uguale un poco meno. Però è meglio averci un sasso ancora intero e condiviso in porzioni circa eque, indubbiamente, e se ci hai fortuna tanta magari con poco vento e tante eruzioni, che la lava faccia più grande il sasso. Questi discorsi io neanche ci volevo entrare, che volevo solo dire che neanche dell’amore quando c’è amore so scrivere bene, appena nato oppure no. Però io dico che della vita ne scrivi quando sei vivo, pure il testamento che è per dopo lo scrivi quando sei vivo. Pensavo che pure dell’amore dovresti scriverne quando è vivo, quando il sasso è sasso e non sabbia, che poi sennò diventa scrivere le cose dall’oltretomba e mica si vedono bene le cose dall’oltretomba per scriverle sincere. Che un sasso pure se brilla ingombra, e ci è spesso questa cosa claustrofobica di avere bisogno di spazio nel cuore, e non ce la fai quindi a vederlo serenamente il sasso. Questa cosa di scrivere le ultime lettere di amore mentre ancora sabbia non ce n’è per scrivere mentre la circa metà del sasso è ancora lì presente e lucente, pensando come se non ci sia spazio da occupare o mantenere libero, come se tutto fosse spazio e tempo niente. Di quelli che erano nessuno e nulla e poi si sono ritrovati questa cosa a fare finalmente peso alle inconsistenze cardiache, una roba che faccia un po’ di gravità al resto, si potrebbe dire così. Questo sasso trasparente che tutto o niente è piuttosto quasi uguale, di questo vorrei saper raccontare mentre tutto è ancora vivo, quando tutto è ancora vivo, quanta difficoltà dirle queste cose vive e lucenti.
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Nella frangibilità disgregarsi tra piccoli giorni per rimanere

gennaio 18, 2013 § 3 commenti

Frantumi gengive sparpagliamoci resti caldi scivolosi umidi, alla gola stretta di pietra raggi d’aria mancanti respiro vuole respiro non può respiro dove sei, crollo colori colori in un certo senso tutti in un certo senso nessuno è uguale, abbracciami dove sei respiro, ma non mi vedi più o ancora in questo cielo disperso io sono qui vedimi polmoni spalancati, come sei respiro. Portarsi sempre addosso in questa sorta di ferita sul torace coltivata nei contorni che possa rimanere immobile il nostro mezzo di travaso insensibile alle distanze che tra l’iride cosmica e il verde mio sporco c’è intesa ancestrale di comunicazione. Come è questa cosa certe notti distanti aversi nella danza pudica di un tremore di mani palmi centrati alle pupille, racchiudersi nell’ultimo istante di violenza concesso allo sguardo metà sconfinante ai margini dei sogni, che nome ha se non uno solo. Essere è più di esserci, sempre, siamo.

Dove sono?

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