Di quando eravamo diventati una citazione di una vecchia canzone

dicembre 4, 2012 § Lascia un commento

Frantumi in minima distribuzione angolare visione parziale crolli danza danza crolli ma tu ma io rivoluzioni candide a cielo coperto dalle più grandi precipitazioni del secolo ce ne fuggiremo dentro questo autunno e queste milioni di gocce violente orizzontali e mica ci ritroveranno più che saremo noi l’uragano, sei tu sono io lo vedi ti vedo non conteniamo concetti di dispersione ipotizzabili. Annegare gli occhi dentro agli occhi senza mai gridare aiuto per rendersi riconoscibili nella stessa colpa nella stessa assenza di ricerca di redenzione, discendersi inermi tra diversi gradi di fragilità con l’estrema convinzione di viverci nell’altro strato di vita che stava sopra, è sempre stato sopra, indubbiamente. Queste cose accartocciate a sinistra del petto dispiegarle a dita lente e seguirne le pieghe al tatto che non c’erano domande da fare, del sangue e di dove ci saremmo sempre trovati a stare. Respiri a stretta densità corporale in una stanza scarna che compiva i movimenti necessari, sembrava l’unico appiglio fermo il centro di quella distanza minima rintracciabile tra i punti esterni della genesi dei nostri sguardi afferrabili, forse era. Disegnarci delle isole dai confini rossi sulla pelle coi denti arcipelago per le labbra che sapevano navigarci al buio, sapevano darsi tenero ricovero tra loro in mezzo ai battiti, ché era così solo così che sapevano fare. Raccolti sui palmi delle mani gli instanti scarnificati da ogni possibilità diversa da noi, te li sfioravo in viso che lì li avrei voluti sempre ritrovare. La memoria conservata tra i muscoli stanchi e racchiuditi ancora dentro le mie braccia, ancora. Non avevamo i cuori di superficie lavabile, o abbastanza lavabile, sembrava. Sporcarsi.
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