Quelle cose che volevo dire meglio

novembre 24, 2012 § Lascia un commento

Massacri divenire massacri divenire non asciughiamoci gli occhi il colore degli occhi la pelle lacerata per diversi centimetri di profondità scavarci le dita dentro tessuti fragili, rigata sotto di scolature ancora altro da leccarci trasferirci da corpo a corpo imbrattarci rossi, cosa erano sopra gli zigomi contratti quei luccichii candore erano di collisione o incendio erano discese a ridosso delle abrasioni, permeabili. Di violenza come unica via di salvezza dalla riproducibilità in serie tra i ricordi futuri andavo ripetendo come mantra di unica o rara certezza in mezzo ad altri discorsi, mentre avevo la mente impegnata a stringere l’esilità dei tuoi polsi a sperdersi e ritrovarsi sul viso a memorizzare tutti i tuoi contorni, a cercare i punti di equilibrio sui margini di un abisso magnificente, non esiste bellezza scontata non c’è bellezza che vada sprecata in parole flebili, adesso che non è uguale altrove mai. Averci il tempo di non avere tempo dove ci raggiungeremo in questo incontro in un oltre destabilizzato da aria pulviscolare in movimento frenetico da bassa definizione, pericolante. La vedi l’incoscienza lucida che mi porto addosso con una certa abitudine, l’istante le ustioni, che importa altro.
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Come sono le cose che non sono ancora o più

novembre 23, 2012 § 1 Commento

Patetico demone delle nostre assenze che ci pisci dentro la gola tutta la tua inclemenza cosa speri di cavarne da questo grigio fragile figlio di un istante debole cosa da queste tempie nevrasteniche consumate lise assottigliate, c’è niente da spremere in malora abbiamo tutto per noi o teniamo. Vorrei scrivere cose per darti questo pugno violento al centro dell’addome che dica di tutte le volte del mondo di mancanza e di lacrime e di denti e di innamoramento di noi che non ci siamo di noi che ci siamo lo stesso di farti piangere ancora e ridere ridere un sacco, due pugni reciproci che scivolino sul lato delle costole e si distendano in presa sulla carne nuda due mani attaccate alle estremità dello stesso braccio che con movimento sincrono afferrano e portano a sé portano al centro, il centro. Saprei dire quando non saprei dire perché c’eravamo quella volta lì in mezzo alle lunghe distanze in mezzo al primo tentativo poco convincente di decostruirci durato sino agli occhi circa, faceva freddo come tante altre volte quella volta lì che avevamo scelto uno muro giallo scrostato per dichiararci ancora o di nuovo o per la prima volta esistenti per dirci che avremmo saputo mancarci molto più del previsto appena avremmo potuto ancora farci umidità sulle labbra o sul viso con parole che non ce ne fregava quasi nulla, appena avremmo saputo ancora farci ombra nei fiati senza dire niente. Un vuoto un pieno un vuoto come fai a distinguerli al buio se non ci strisci sopra con una superficie tattile o comunque sensibile alle assenze di gravità, era da giorni che faceva brutto tempo per riuscire a pensarsi più del solito con una rinnovata nostalgia perfettamente allineata sul fronte delle emozioni, in avanscoperta a tutto ciò che plausibilmente dovrebbe concernere da vicino l’attualità strettamente intesa, un vuoto o un pieno, irriguardosa. L’integrità immutabile di ogni istante passato calcio allo stomaco ha un senso che può essere unico secondo il mio scandirsi delle esperienze, l’irremovibilità che non avevo riconosciuto dice che avevamo o eravamo insieme sino a punti del torace poco raggiungibili o siamo. Ci pensi noi a prenderci carico della mancanza di alternative a sconfiggere una quotidianità degradante nella stessa terra nostra terra come avessimo vinto dal principio, dal principio di tutto, ci pensi.

I bambini, il medioriente

novembre 19, 2012 § 1 Commento

Steso sull’inutilità delle mie palpebre al cloroformio chiuse tre volte per proteggermi i sogni uscii che era di nuovo giorno e giorno ancora. I numeri continuavano a fare croci senza assicurarsi che bastassero per tutti. E lo sguardo al cielo non era più speranza. Raccogliere i futuri sotto i tetti sfortunati, che neanche i baci li faranno sorridere più. Tutti obiettivi nel nome di dio tutti obiettivi per dio, uno qualsiasi. E non ci sono nemmeno robe gemelle da tenere in umido con lacrime di giustizia di fine stagione. La storia e la memoria uccise sei milione di volte. Saremo il primo equinozio. E vi laveremo. Dall’innocenza e dalle copertine vi laveremo senza darvi più nemmeno una forma di comprensione plausibile. Troppe volte a sperare le ultime migliaia di piastrine che poi finivano sempre e fuori si continuava a fabbricare macerie. E le dita che non sanno ancora contare, le vedi che sono da raccogliere. La coscienza se ne fotte delle scuse. Un arcobaleno da circo non smetterà di rincorrervi. Sarà pieno di giocattoli e voci sottili.

Era il gennaio 2009.

Come quelle cose che non finiscono

novembre 6, 2012 § 4 commenti

Che cosa conta che non conta quasi niente forse questo nostro rimanere immobili in uno spazio ideale come se niente potesse abbatterci e tutto ci avesse invece abbattuto, il crisma dell’esistere non può essere la presenza è evidente, il crisma della permanenza nelle assenze uguale, ha sede forse nell’inviolabilità dei giorni delle mancanze dei bisogni, il fulcro il centro la propagazione è forse nella contemporaneità di un insieme che non smette di significare, rimanersi intangibili nelle volontà d’esistenza, cosa è una fine se non ci è una fine e un inizio canonicamente intesi, cosa. Io le distanze e le prospettive ci ho perso quasi sempre, o vinto sempre nel modo che non serve, un conto aperto coi chilometri il mio. È forse dotata di quella saggezza mai personalmente ottenuta l’idea di non dilaniarsi di robe difficili che io non ho più parti da offrire al macello sadico delle carni incoscienti e tu hai un ricovero sentimentale sufficientemente sano da confondere le scie d’infinito sino a deframmentarle in particelle solo respirabili. C’è un errore lo vedi in questo movimento sistolico del tempo, in questa percezione abbreviata della distanza da quando eravamo genio di vita distratto incauto e leggero, c’è un errore lo vedi che trovarsi ancora così incollati sino dopo l’ultima stanza della ragione è un errore o è l’unica cosa esatta, non so capirlo. Ci saremmo voluti fidare delle mani dei loro percorsi delle loro preghiere corporali, avremmo voluto evitarci le colorazioni deboli della comprensione dichiarabile, avremmo voluto forse piangerci o sorriderci addosso l’inconsistenza dei mesi trascorsi l’inefficacia emozionale dei silenzi l’incorruttibilità degli sguardi il disinteresse per le colpe e motivazioni, avremmo voluto in quell’ingestibile momento improvviso. Totalmente devoti all’adesso avremmo voluto un altro adesso dove sconfinare, semplicemente. Questo dopo ipotizzato inesistente e invece violento a spiegarci un prima scarsamente compreso, ingenui. Con tutti gli artifici linguistici trascurabili era solo amore e non ne siamo stati forse all’altezza, per ora o per sempre. Avrei chiesto al mare di sposarci.

Dove sono?

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