Si chiamano organi i detriti che ci doniamo

ottobre 28, 2012 § Lascia un commento

Come si dice avremo il nostro modo spettacolare di morire in tutti i posti usucapibili dal nostro sgocciolare sangue dalle bocche assetate lacerate vittoriose, per certi versi troveremo il modo ne sono quasi certo se avremo avuto la via di sconfiggerci tutte le ipotesi di rimpianto. Intanto non ho minima cognizione se non una certa paura e voglia di come ci collocheremo in mezzo al torace e alle cosce noi che non potremo essere altro da immaginari di estremi collettivi, altro da ricomposizione gastrica dell’incoscienza spudorata della fragilità perduta, altro da emarginazione prudenziale di capacità sensibile. Le vie di fuga previenimi le vie di fuga tu che ora sai quanti pochi fianchi mi rimangono da prestare, tu che puoi o potresti forse, te l’ho scritto nel raro candore che mi si posa sulle labbra nelle notti di primo autunno che ricoprivano panchine logore di anni con noi sopra, ci dicevamo cose di provenienza e di auspicata permanenza quasi fosse normale. Vorrei ci trovassero colpevoli in almeno cinque concezioni morali mediamente riconosciute per potermi distrarre momentaneamente dal senso di apocalisse che avvolge i nostri giorni e gesti semplici non come nebbia come nitidezza esasperata, vedere da fuori il ricongiungersi terminale dell’inverosimiglianza in piccoli istanti esplosi. Scardinarci le resistenze ai richiami di primordialità, galleggiarci fingendo di ignorare la sedimentazione cardiaca fisiologica delle consistenze, che nome, che nome darci mentre insieme barcolliamo verso un ignoto che sembra sorriderci sopra i fraintendimenti, che nome non mi interessa, nel buio onirico delle congiunzioni salviamoci.
Annunci

Dei desideri frangibili incastrati in nuovi giorni a venire

ottobre 15, 2012 § Lascia un commento

Fiore fiore fiore annuiscimi in un istante di armonia poco verosimile annuiscimi una volta sola che io segua il movimento discendente e ascendente del tuo naso oppure non farlo che va bene uguale se io posso respirarti il respiro strappartelo di bocca venirtelo a prendere labbra e lingua e possa io trasfonderti il mio inquinato di magnificenza miseria tabagismo nevrosi eccessi vari. Fiore ascoltami io vorrei non ci fossero troppe parole che tu vedi quante ne avrei per questa mia logorrea da spiegare le cose e invece vorrei tu le sapessi già, raccontiamocele solo le cose, quelle che non servono a niente, che suonino altro che pur voce umana qualcuno ti direbbe, con quel nome. Ho le dita che tremano e scorrono cenere e fumo mentre mi emoziono di cospetto rapito cercando di fingere altro, vorrei fermare le mani e il tempo con le tue labbra e su di loro, vorrei andassimo ad abitare tra le nostre braccia notturne indisciplinate per le ore che non siano resa o sconfitta. Forse dovrebbe definirsi processo di ricollocazione quello che storicamente ho in mente quando penso ad un noi in cui accidentalmente dovessi esserci io, e in questo caso tu, ricollocazione tridimensionale delle materie essenziali spazio tempo e violenza, o forse riconcepimento. Coll’orizzonte violato in più punti dall’espansione decostruente degli occhi negli occhi sguardi intrisi di panismo confusionale, un indeterminato stato di grazia in assenza di complicazioni da piantarci in petto, limpidi, diventiamo, diventiamo aghi nel dito anulare per dare adito a vecchie credenze, aria che ci sconfigge le parole, diciamoci solo aria come fanno gli alberi che siamo alberi che si crescono dentro a vicenda mischiando rami e foglie, questo siamo o saremo, alberi.

Di quando ci saltavamo giù dalla punta delle dita

ottobre 7, 2012 § 1 Commento

È una vita che si respira piano e con poco rumore ma dove eravamo arenati che non mi ricordo più perché non siamo in un viaggio che si trascina anche sui gomiti se sia il caso, sincero non me lo ricordo più e io mi dispiace un sacco davvero. Non mi ricordo come era che si sapeva di bruciato dopo gli occhi e le gambe tremano piangere se è il caso piangere e non averci remore urlare fotografie di amore sperduto e conquistato era un calesse non era un calesse amami cristo amami che mi piace averti ed esserti, niente sia domani. Cupe vampe livide stanze abbracciami non voglio farcela più di nulla ci saranno stati emozionali risposta o premessa di ogni domanda non averci domande lo dico da secoli. Garbuglio di pensieri dente strappato rimasto conficcato in altre carni che dove è ora non lo so e vorrei, un sacco. Potremmo ricomporci in un piano settimanale di felicità a basso costo non ho che nodose articolazioni da portare in dono è il mio regalo tra le labbra complici chiodo in gola ti sto dicendo sai dove piantarlo senza false rappresentazioni di longevità. Impasto di sguardi avvolgimici dentro che mi manchi l’aria che ci dica quanto ci vorremmo mancare in assenza di ogni presupposto moralmente concepibile i vuoti nel vuoto di ciò che possiamo permetterci così infinitesimale. Donna che mi sei donna nel mio piccolo mio dove non contano distanze e delitti, volontà incapace di sperdersi come converrebbe ogni logica della sopravvivenza che sempre ho avuto tra le mie incapacità. Gabbie e misericordie ne siamo venuti fuori strappati tutti ventre scolpito da droga centesimale, magnificenze cardiache palmo sul viso avrei voluto vincerci le patologie ignote credimi come un santone, credimi le labbra vicine, credimi. Nel silenzio è stato che ho inseguito le nostre ramificazioni sino a ritrovarci dove non potevamo essere più, l’arguzia poetica che non potevamo che essere.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per ottobre, 2012 su deanmorrisonn.