Di questo violento centellinarsi le mancanze in gola in lievi attimi affogare

settembre 25, 2012 § 7 commenti

Vorrei vederti a colori vorrei vederti morta per finta e svenuta per davvero vorrei che ripianassimo il nostro debito con la sorte ma tanto non lo faremo mai in tempo che ci ho già la messa in mora nella cassetta delle lettere e prima o poi la svuoterò, con tutte le cose da fare dentro che penso con fatica di fare mai, grazie alla noncuranza messa da parte giorno per giorno perseverante fino a dimenticarmi anche certi principi cardine, cardine di che cazzo, poi. Ci eravamo negli occhi dell’altro come le lingue straniere che capisci ma non sai parlare, riprodurne il suono, ed è stato così forse che non siamo riusciti ad autodeterminarci nei nostri confini sentimentali come entità autonoma e riconosciuta, ci mancava la cultura di un noi pieno mai del tutto storicamente esistito per più di un minimo tempo continuo che facesse radice, eravamo un milione di Atlantide nuove e diverse che vivevano solo mentre esistevano bellissime. La stessa terra a sporcarci i bordi delle scarpe non era bastata a darci il coraggio di non appiccicarci una carta da parati piena di pieghe e piuttosto asettica sui sogni, o erano solo altri sogni appiccicati male sui sogni, però più brutti di un centinaio di volte. Ci eravamo dati incarico tacito di lasciarci andare nel momento migliore e senza dircelo come fosse un appuntamento indefinito alla prossima Atlantide che doveva venire e poi semplicemente non sarebbe venuta mai, ed è andata così che siamo gente di parola. Il nostro addio celebrato dalla distanza minima mai vista tra i nostri cuori, avremmo dovuto capirlo subito, la simbologia dei treni e delle stazioni dovevamo dargli retta mentre ci innamoravamo per l’ultima volta più di tutte le volte. Io le cose che inventavo per te sono tue per sempre come una casa da abitarci dentro per non farsi trovare, tu i tuoi occhi felici sono miei uguale. Sembravamo e invece eravamo di roba che si scioglie tra le ciglia.
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