Di quelle cose che sapevo tutte meglio, una volta

luglio 25, 2012 § 3 commenti

Paranoie dipendenze sono quasi prosciugato mi chiedo di aiutarmi senza darmi ascolto dovrei andarmene dovrei. Ci è una stanchezza di anni e anni e stagioni in mezzo a queste meningi qui non la vedi, abbracciami che ho macigni impopolari, ho parole sabbiose in bocca, ho l’avambraccio teso ad offrire le vene, ho veramente fatica esagerata a trascinarmi in questo dove indefinito, ho il dorso della mano destra che non somiglia neanche per niente all’altro, abbracciami che ho silenzio da decorare di custodia, abbracciami che sia un altrove, epidermici è l’unico modo di esistere. Cosa vedi dici non vedi che non voglio vedere ho gli occhi mezzi chiusi sempre e li tengo lontani, mi dimentico di guardare, io vorrei riuscire a prendere tutto quello che ho visto in un insieme compatto, un tronco, e con pazienza che non mi appartiene assottigliarlo in sfoglie sottili con la lama adatta, ricciolo per ricciolo proprio come fosse legno, tenermi poi solo l’ultima sfoglia rimasta stretta tra le dita o le ciglia. Di uno che ha poca volontà sembrano queste frasi dici, di uno che non riesce ad essere altro che volontà ti dico, non riuscire a tenersi stretti in un pugno o in un sasso debilita come niente altro, ti dico. Il vecchio Kasimir aveva ragione coi suoi quadrati bianchi, quanta ragione aveva, era forse solo troppo ottimista il vecchio Kasimir, ma questo non lo dissi anni fa, passai a Svevo. L’angoscia che mi inculcava Svevo, simile a quella di Musil dopo, quel dito monitorio che premeva al centro del mio petto, neanche quello raccontai, che non interessava a nessuno, in un momento di saccenza o illuminazione improvvisa credo però di essere riuscito a dire la parola Sartre con naturale consequenzialità, non c’entrava, secondo loro. Io forse è stato allora che ho iniziato a smettere di dirle, le cose. Quadrati bianchi su sfondi bianchi, un deserto dove nulla è riconoscibile, eccetto la sensibilità, si dovrebbe.
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Addosso

luglio 19, 2012 § 1 Commento

La luce invecchia la pelle marinaio bastardo di un dio sentimentale che mi navigavi tra le costole dissanguarsi in tre colpi senza richiesta di soccorsi lì sapeva tutto di bruciato tossico cosa ci dovevamo avvelenare più non era una domanda isolarci in cabine di finto amianto serviva mai a non farsi paura labbra a ridisegnarci i confini e non avevamo virgole ossigenanti da spargere tutti in un fiato solo che bastava per ogni verità che non sapevamo. Insieme, mica no, insieme.

Dove sono?

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