Avevamo poi le mani piene di istanti da lanciarci addosso

giugno 28, 2012 § 5 commenti

Un incendio o un’esplosione io mi stavo perdendo qualcosa avevo in gola parole deflagranti non volevo ucciderci non ora le ho ingoiate, che poi non erano parole avremo il tempo sottilissimo di dei desideri che attraversa il tempo, di finire il tempo per mesi interi in piccoli omicidi di secondi inattaccabili. Dove sei impavido odioso mi dicevo in una specie di monologo le dita che conoscono a memoria le scanalature di dentro della gola e poi cos’è che le cose ti sembrano importanti e dove sei, scompari. Sgranarci a centimetri di distanza storie poco edificanti come confessioni anticipate di pugni che non ci daremo non questi, ma il tuo odore poi quale era il tuo odore era buono il tuo odore, quello lo sapevo mentre dicevo cose di una certa ipotetica vergogna. Avevamo tutti i presupposti sbagliati per essere sicuri di non sbagliare così vicini al centro dell’errore da non avere vie di fuga che la permeabilità dei cuori, anche così a rallentatore che forse voleva essere non rubarsi niente per una volta almeno forse gli aerei dovevano ancora partire forse non lo so avere le risposte non era per me. Stavamo vincendo o perdendo questo non capivo, stavamo vincendo o perdendo questo non capivo, stavamo vincendo o perdendo questo non capivo non era importante era sicuro che ci avevo una specie di male da qualche parte e lo accoglievo a torace aperto come le cose che aspetti da anni un paio circa, devastarsi mi veniva come parola. Fossi stato più sfacciato ancora ti avrei dedicato cose che avevo in mente simili a poesie semipornografiche piene di bestemmie attacco bellico alla decenza per dirti di te quanto mi piacevi le tue labbra o l’esilità tua tutta. Oppure ti avrei scritto cose di non sprecarci che ne avremmo sentito il dolore agli occhi ma queste le sapevi già, senza velleità di uscirne integri, pieni di grazia avevo detto. Ero così scarso nei saluti ormai stava diventando un’abitudine una sorta di sovrapposizione di tre pensieri almeno che ad essere del tutto sinceri era forse semplicemente non volersi salutare ancora, niente di nuovo in una stazione in fondo. Era l’ora che la luce si faceva decadente e la cosa insieme al resto mi prendeva allo stomaco, con un gesto abbastanza scontato da letteratura anni novanta sono andato a prendere da bere che tornare a casa così non ce la facevo e poi mettersi a scrivere di queste cose qui che non servono mai a niente. Queste cose qui che sapevi già identiche a me, o sentivi.
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Erano confessioni che ti dedicavo la mattina presto

giugno 15, 2012 § 8 commenti

(Delle lettere private che erano come sfogliarsi o spogliarsi scorrendo carattere per carattere con l’indice della mano destra)
Io adesso vorrei camminare. Scendere a piedi tutti questi otto piani scalino per scalino, aprire il portone e camminare. Dimenticarmi le chiavi di casa, il telefono, il tabacco no, e camminare. Non guardare la gente, non accorgermi della gente, immaginare l’impercettibile logorio delle suole, particelle di gomma lasciate in eredità alle generazioni future che abbiano una strada più morbida. Camminare fino a non avercele più le suole sbattere la pelle dura del di sotto dei piedi direttamente a terra, saggiare vetri e sassi senza intermediazione in un rapporto sincero, consumare pure quella pelle e lasciare impronte di sangue che non siano scia da seguire o ripercorrere, sentire le prime ossa impattare sull’asfalto la polvere le cicche di sigarette, magari le mie di mesi o anni prima lasciate disseminate per il mondo. Vorrei camminare il mondo fino ad avanzare direttamente sulla parte inferiore delle tibie, crampi compresi, sentirmi stanco e camminare ancora. Mi vorrei assassinare camminando, morto per i troppi passi e senza nessuna affermazione di libertà. Stremarmi lentamente, estenuarmi ogni singolo muscolo fino a che si distrugga per autocannibalismo, portare il cervello alla sua essenza occuparsi a tempo pieno delle funzioni vitali, concentrato ad allargare i polmoni, stringere e dilatare il cuore, non pensare ad altro nemmeno a quei moncherini incauterizzabili che sono diventati gli arti inferiori, neri di tutto ciò che la strada ha da offrire all’appiccicaticcio della carne viva. Camminare e perdere ogni percezione, nelle orecchie solo il rumore della testa del femore che picchietta sull’asfalto a ritmo cadenzato impassibile nel suo sgretolamento disorganizzato. Fisso in avanti lo sguardo assente non vedere niente altro che capillari scoppiati invadere le pupille, iniziare a scorticarsi la punta del dito medio che ormai segna i confini della mia lunghezza, la bocca impiastrata di sudore e saliva a grumi zeppa di tracce ematiche raccolta agli angoli. Avanzare ancora ormai sul palmo delle mani e poi sui trampoli che sono diventati i miei avambracci, scollarli da terra con metodo uno alla volta, orlati di detriti dei tentativi falliti di buona urbanizzazione. Camminare ancora lasciando sul percorso i miei liquidi riproduttivi di scarto vitali che qualcuno non ci scivoli dentro dopo che sarò lontano, con la gabbia toracica ormai rasoterra in equilibrio sui gomiti prendere in faccia scontrini biglietti usati fortune mai vinte qualche foglia ogni tanto. Arrendermi allo scintillio delle costole più basse sul catrame, accasciarmi lurido viso al suolo, lanciarmi da solo un sorriso con quel che rimane delle labbra, compassionevole. Ancora una volta, mica ce l’avevo fatta a finirmi del tutto.

Era solo per dilaniare

giugno 10, 2012 § 15 commenti

Me ne fotto un cazzo delle perle nelle fogne di quegli uncinetti fatti coi fili della luce di altre struggenti storie, non luccicano poi così tanto e alla cosa mi ci ero rassegnato da tempo. Io che stavo là a prendere di petto i fulmini senza neanche cadere e dentro i passi dei cani che tornano dalle vacanze in autostrada, la mia compagnia sonora scavatrice. Di quante spiagge avrai bisogno per seppellirti o seppellirmi, mi chiedevo con una certa ossessione. Parli ancora di fiori da rottamare per farci degli stracci di luna tra queste colonne seminali ci hai costruito sopra una casa la tua non la mia. E poi ancora ti scaldi di ragione, sotto i massi c’è pieno di vermi. Che stai sbagliando cuore. Si vede da come corri in affanno sulle radici e sulle strade spaccate come l’inferno. E poi c’erano ancora gli ulivi dentro il mare. Al parco prendiamo in braccio neonate cattiverie e gli offriamo da fumare, che la faccia o un livido non c’era differenza tranne nei giorni di festa. E io non spiego un cazzo. Se non capisci non hai tempo o non hai cuore. Le cose non si escludono ed in entrambi i casi sarebbe inutile. Ho messo una scala vicino ma cristo non scende dalla croce. E questo non è profano. Io non sono profano sono profanato. Dalle troppe emissioni inutili e dai resti dei tuoi rumori. I rumori che coprono i vestiti, i rumori di vergogna che coprono i tuoi feriti. E le coperte di filo spinato raccontano mille storie. Me ne fotto un cazzo dei parti gemellari delle tue memorie offensive dei paesaggi da rifare del vomito che dovrai riciclare, ragnatele tra le divise marroni dei picchetti a difesa della tua piccola scenica rappresentazione di fine vita quotidiana. Vorrei un alba un po’ meno crudele senza proiettili che mi facciano digiunare, senza dottori che intubino i miei insulti impopolari, le ultime cose che ho da porgere in dono. Vorrei un sedativo per quando vuoi parlare. Per quanti dei dovrò ancora piangere mettere la pelle a candeggiare ricompormi le ossa, contro quanti dei ancora dovrò mirare per una sorta di pace simbolica anche di un giorno soltanto. Sei così bella quando guardi le mie vie che dovrò distruggere le dighe dei tuoi pianti affissi sotto i ponti, sapranno evaporare. Steso sulle panchine delle stazioni che fanno troppo rumore per collassare non avevo più neanche compassione per coprirmi le insofferenze. Sono solo la parte terminale di un pensiero banale e ti giuro vorrei che qui finisse la mia considerazione. Gli aborti del tuo sapore si spellano di parole, non le mie ricordati non le mie. Noi come la gente in corsa sui treni di fine agosto, senza lo spazio per crollare nella convalescenza delle nostre sere di una taglia più grande per poterci anche vomitare. E porco il giorno che non si fa dimenticare. Porco il giorno e anche la notte. Porca notte sporca nelle mani da sgrassare. Sporca.
* Questa cosa qui ci ha cinque o sei anni ed è la prima scritta in questo modo inconcludente e noioso che poi è diventato il mio, se ho un modo mio. Qualcuno l’avrà letta nei miei due precedenti spazi imbrattati o magari no, ma insomma, mi sembrava onesto dirlo.
Rimane il mio manifesto di un sacco di cose,
mi piace ci sia anche qui.

Delle incubazioni come un cielo slavo del sud

giugno 8, 2012 § 2 commenti

Dell’attenzione che ci mettevamo a non salutarci mai per lasciarci chiusi in un discorso sempre aperto, un filo conduttore di viscere attorcigliato sulla cassa toracica imitazione carnale di rettili che vincono per stritolamento, non eravamo fatti di sopravvivenza era chiaro. Tenevamo per mano dei figli di fumo di sigaretta dopo che c’aveva annerito i polmoni, mischiarsi delle parti piuttosto interne in forma d’aria grigiochiara che sapeva di bocca e lacrime due luoghi spietati di ricongiunzione, figlio povero figlio di comprensione. Gli insegnavamo il despotismo delle tinte scure anche nelle favole e l’intransigente purezza morale dell’errore, sempre tenendolo per mano con sconfinata tenerezza. Ci cercavamo delle parentele tra il colore degli occhi con un poetico gusto dello scandalo ci fosse discriminazione reciproca tra noi e il resto di un sacco di cose, un attacco emozionale all’oppiacea quotidianità dei pavidi cuori, il gioco di due piccoli assassini autolesionisti. I nostri biglietti impalpabili da consumarci le parole scritte sopra fino a vederti con innocenza commovente devastarmi il senso dell’orientamento perdersi io credo non te ne accorgessi neanche perdersi senza nome. Dita da lasciarsi cadere sul viso giovani sporchi di guerra era di carne che ci saremmo affondati fino ai denti, era chiaro.

Alle mie scarse capacità sociali

giugno 3, 2012 § 2 commenti

Avremmo trovato parti da mandare al macero con dei movimenti armonici da lasciare trasparire tutta la noncuranza sottesa al gesto. Quanto ho parlato che è così mi fanno fatica d’un colpo tutte quelle parole tu non sai quanto, prendono retroattivamente il peso della vacuità e mi passeggiano sulle dita e le corde vocali da non riuscire quasi più a trascinarmi oltre, sulle tracce di oblii ricalcati in trasparenza da pagine logore almeno mille. Conosco a memoria pure le recriminazioni e io poi non rispondo mai, come fosse metodo scientifico di liberazione altrui dalle colpe avulso da ogni sintomo di generosità, è solo che io non m’interessa, tanto non ho spazio per altri martiri oltre quelli generalmente in atto. Sofferenze a capienza illimitata, martiri ci vuole impegno invece. Quanto tempo c’è in tre scarsi metri quadrati di mobilità e questa luna insopportabilmente piena che fa ombra dappertutto e di notte non è discreto, che di notte non si dovrebbe capire dove è ombra. Come se avessi avuto bisogno mai di altre ore da regalare ad angosce e disperazioni per ricordare che non ho più voglia di un sacco di cose o lotte, maledetta stanchezza cardiaca, o secchezza. Alla fine mi veniva da pensare pure che non sembravamo per niente sterpaglie, ma era ormai mattina.

Dove ci lasciavamo avanzare come foreste

giugno 2, 2012 § 1 Commento

Invece avevi delle mani sottili, sembrava a vederle riposarsi stese sul dorso in un prato pieno di persone vuoto di persone, ma era notte non sono proprio sicuro. Una collezione del minimo e del particolare volevo che fosse l’immagine mia di te, da regalargli persistenza lunga come l’arte in una frase famosa, la vita è breve diceva anche. Avere le dosi giuste di fretta e follia non era mai stata una mia spiccata capacità e una volta ancora facevo confusione virando plasticamente sulla seconda, cosa rimane da perdere se non il tempo. Era obliquo l’istante di quello sguardo che aveva incastrato fuori i suoni noi raggomitolati dentro, cosa ci eravamo bisbigliati era solo un istante indicazioni dettagliate per perdersi. Avevo idea che mi sarei ritrovato pezzi di noi sotto le unghie che di tutte le cose fatte con le mani rimangono tracce sotto le unghie e un po’ di sangue, sporcarsi purificarsi sembra creta. Tra i muscoli e la pelle incollato uno strato di parole propositi per un futuro presto alcuni avevano anche un nome, una strategia contro l’arroganza delle contusioni segni sulla gola, espirare. C’erano certe storie di violenza incompiuta che parevano senza finale e tutti ci rimanevano vivi mezzi soffocati sotto, avevamo dei cuori disadatti a starci dentro, credevo di capire.

Dove sono?

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