Quando c’era bisogno di non essere Kundera

maggio 28, 2012 § Lascia un commento

Quant’era bello com’eri bella tu vista da me in una piazza piena di sole basso tanto da non farci stare più niente, tanto da mettermi quasi ansia che soffro la calca pure che siano fotoni, o solo fotoni come direbbero menti più salde anche poco della mia. Lasciarsi prendere alle spalle dalle cose, era un modo di fare che a più riprese cercavo di riesumare, che era lì, credevo, avrei ritrovato un certo pulsare salvifico e forse anche te che mi guardavi con tutta quella luce obliqua alle spalle mentre mettevo insieme ondate di parole scelte con scarsa sapienza per distogliere ingenuamente l’attenzione dai miei occhi, poche volte li lasciavo ricoverarsi nei tuoi ci ho frammenti ultrasensibili nel mio verde spento. All’improvviso diciamo come il suono di quella specie di arpa africana del tutto artigianale spuntata dal nulla a cadenzare il mio secondo strato di pensiero piuttosto indipendente, veniva da usargli proprio la parola soave io credo. Una paziente conta degli organi superstiti e delle patologie d’interrelazione, una lenta promessa di non prendersi mai in prestito neanche in emergenza, un accordo racchiuso in un cenno del viso di restare integri senza pretese di redenzione. Leggerezze filiformi mi iniziavano dalle mani avrei voluto nascondertene dei pezzi in tasca da srotolare in privato, di non dover sembrare niente. Lontani segni di ferocia con vaghe istruzioni su come usarla e abbondante fiducia di uscirne vivi tra i nostri canali comunicativi senza affluenti ulteriori, mi rimanevano delle scritte sulle guance, lievi. Le cose a dirle non serve quasi mai siano vere e io ora avevo questa piccola cosa qui da raccontarti piano.
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All’innocenza che avremmo voluto in regalo

maggio 23, 2012 § 5 commenti

Quale è lo strato che non vedi dolce madonna immobile dagli occhi teneri e dalle mille sintassi sentimentali, sbrilluccichio di lame da offesa a contornare volontà e abbandono. Con passo da non vedenti inesperti e scorrersi piano con i polpastrelli certi segni epidermici per ricavarne bestemmie e versi scritti male, come i ciechi proprio loro sanno fare e noi prima o poi credevamo di riuscirci a serrarle le palpebre spugne di tutti gli abissi per non vederci ancora così scarsamente nitidi. A concederci lembi astratti di corpi congiunti in pomeriggi molli coi tuoi pensieri inespressi chiari sull’interno delle dita della mia mano, parlavano di noi per una volta e chissà se avevamo vinto o perso, in piena paura. Mi piaceva custodirti il sonno, che niente ti potesse succedere sembravi dirmi sullo spigolo della mia spalla mentre più non ti difendevi. Eri fragile e io ero inverno e non sapevo se avremmo avuto altre orbite confinanti eravamo tra noi gentili come sconosciuti in attesa di esiti nefasti da tutta la vita. Ci piegavamo al peso di ogni corona di consolazione messaci in capo continuando a mormorarci tra le labbra che non avremmo avuto più niente da cercare. L’indice della mano destra per metà dentro la pozza delle nostre richieste di autoassoluzione faceva dei piccoli cerchi irregolari, come una vicendevole preghiera di prosciugarci fin quando ne saremmo stati in grado, almeno un po’. Innumerevoli punti di disgiunzione da noi stessi lasciati a macerare che avrebbero richiesto pazienza e attenzione, un’idea poco scientifica di continuità che sapesse scegliere le pareti giuste da ricucire insieme, e il colore. A diluirci il peso delle ricadute ci sarà compagna carica di cure la tenuità dei risvegli, mi scrivevi.

Pulviscolari (Delle faticose persistenze)

maggio 7, 2012 § 2 commenti

Io la crisi sono io sono io sono io sono io. Le piaghe malate a germogli da quattro ai bordi del cervello altezza tempie, da quanto tempo non parlo, signora mia della dinamite, con nessuno, intendo parlo come se non ce ne fosse bisogno ti giuro ne avrei tanto bisogno. Banalizzarsi è il problema che ci si riesce sempre e pure questa volta ignorando ogni grado di profondità delle azioni semplici, il cerchio camminato tra le pietre addosso dalle finestre dei vicoli stretti dell’inferno propriamente detto per dare un abbraccio pulito dimenticando che non ho più pelle quasi sul petto. Era triste davvero pensare al fiato delle parole che ci si accartocciava in viso, non sbrecciava neanche, ci si guardava poco negli occhi in fondo. Anime emaciate disidratate, clangore di nervi saltati giù dall’ottavo piano di una bottiglia, pensavo ingenuamente ad uno schianto senza suono, fossero soffici. A salvarti la vita dovrebbero arrivare delle cose d’improvviso, ma io credo abbiano scarsa l’idea del tempismo, le cose. Siamo diciamo offuscabili mancando di luminescenze e di ortografia sentimentale che abbiamo disfunzioni prosciuganti, tranne poi negli incalcolabili momenti di panico, vampe che sembriamo giochi pirici nel paese accanto, diapositive di luce lontana che non genera attenzione. Preservarsi dosi di incolumità in un compenetrarsi calcolato fino ad una ben chiara linea di galleggiamento, ma avevamo misurini a scarso costo e bassa precisione capitava di sconfinare come principianti del dolore, il metodo non è tutto. Non è mai troppo signorile io dico finire senza pugni da umani cannibali di esistenze altre, cosa di diverso siamo, morirsi tra le braccia a nazioni di distanza rasenta, invece, la sconvenienza. Per dire, coltivare la mancanza di quello che abbiamo sfiorato in potenza come a giustificare la predilezione per i posti tristi abbandonati e la musica struggente. Mentre tu, diverse tu, ti proteggi ancora di nascosto e ormai tra le mie braccia inutili che non credo, quasi più, di avere.

Alle mie suture poco efficaci

maggio 2, 2012 § 2 commenti

Un affastellarsi di lascia perdere che mi sono preso talmente in parola da non trovarmi più. Ci ho una serie di vaffanculo prolungabile per giorni, sono stanco. Come si dice, ho dato più di quel che potevo e ora arranco. Ma veramente tu, tu cosa, niente più domande, avevo detto, che ho finito le risposte quanto tempo fa ormai, veramente. Le cose che so ognuno le sa meglio per sé e meglio così che non ci ho il piglio dell’insegnamento, affanculo che sono un disperato che ne parliamo a fare. Falsata armonia autoesistenziale e che vuoi che sia quasi per tutto, e invece un cazzo, io l’animale sociale ci ho provato, fallito. Quasi tutti, inutilmente troppi, io non ce la faccio, ho le ossa sfasciate dalle parole, non ce la faccio, ci siamo reciprocamente morti più o meno da adesso si dispensa dalle visite di cordoglio sentiti ringraziamenti, quasi tutti. Ma veramente sono tutto crepato che non credo, se vogliamo essere completamente sinceri, che mi sia mai ripreso per bene dall’ultima volta che ho barattato i miei chili quasi essenziali con settecento piani sotterranei di disperazione, che tra l’altro mi mette ansia solo a pensarci così sottoterra ci ho problemi, figurati, con le gallerie. Che ne so, con una stima approssimativa si può dire piano duecento o centottanta forse, ma sempre meno, con il meno davanti. Io i miei livelli di intersezione con il resto del mondo forse non mi trovavo d’accordo prima e daccapo ho dovuto rifare tutto senza una buona cognizione dello spazio circostante, tentativi, sono mica architetto o cosa, ci vorrebbe una certa tecnica o propensione artistica per queste situazioni e io zero. Prendo parole ad una ad una, che le parole quando si dice sono importanti è una cosa serissima, e le metto mentalmente in ordine non per forza nell’ordine che le ho percepite da fuori o addirittura concepite io, quando capitava che volevo dire una cosa, e insomma le metto in ordine per averci una certa chiarezza complessiva di me, del resto, senza troppi risultati soddisfacenti. Poi ci sono quelle altre cose,come si dice,comportamenti,atteggiamenti,che fondamentalmente sono sempre parole solo più precise delle parole, più facile. Ora è che sono stanco e giuro non me ne frega niente quando sono stanco, di niente, a trasparenza illimitata curo le foglie, le mie, tante ormai arancioni e allora con spietata delicatezza le metto in quei quadretti cataloganti che la didascalia è così piccola che non la legge mai nessuno e così deve essere, che ci si scompare di colpo in un giorno, massimo due, in una cornice scadente dal colore dozzinale, innegabilmente brutta. Gli eroi fanno bella figura io non ho tempo, e manco stoicismo. Una sorta di buffet lascia fare chi ha avuto ha avuto, si dice, senza rancore alcuno, anzi quasi piacevole, avevo solo bisogno di pause non troppo gloriose da me, che mica sono neanche maratoneta. Come ci si saluta quando non ci si è mai incontrati è un problema, effettivamente, superabile. Ci sarà qualcosa che mi faccia più male di me, banalmente spero, senza troppa convinzione. Ci rivedremo forse un giorno dai, e staremo tutti meglio di ora forse anche in ragione delle assenze, mi piace pensare, anche se non è vero.

Dove sono?

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