Alle mie private rinnegazioni

aprile 26, 2012 § 1 Commento

Vorrei dire molte cose lentamente, chiaramente, che sarebbe come sentirle sfiammare in testa credo. Pensare in forma di fotogrammi rallentati fino alla velocità delle ore, raccogliere respiri calmi e criologicamente sposare la fenomenologia degli istanti. Sporcare di impronte digitali tutti i millimetri di tempo lubrico che scorre vento alle estremità del volto. Godere dell’attrito sui crolli psichici nei risvegli tumefatti da luce che ingombra le palpebre quasi viola, le minuscole venature a formare la mappa delle nevrosi nel bianco degli occhi. Il senso perfetto di scavarsi con la punta delle dita dove le unghie si fanno rappresentare da mozziconi di materiale semisolido frastagliato dai denti impazienti di non avere nulla da ferire. Trovare un’introduzione adatta alle piaghe da sfogliare in uno specchio compromesso da specie di dottrine dirigistiche del pensiero. Sprangate sprangate da fuori sui vetri della finestra di una stanza stretta un metro un muro e una finestra, mani insanguinate, da dentro, il muro e la finestra, io mi ero fondamentalmente perso. Tu come lo chiami il mare di notte se non ha forma, come. Cinque parti di me in fuga verso direzioni differenti e una che rimane a fingere un punto d’incontro del tutto fatiscente. Con una raccapricciante tenacia addobbarsi di spilli rubati dai cassetti logori dei desideri mancati, per tenere su in piedi la pelle, le ossa, la pelle. Una culla sporca di colori ad olio smagriti in vivacità dal tempo, dove con cura e mani a guscio riporre debolezza putrida e rancore autoreferenziale, accudire i superstiti. Polmoni in prestito per piccole celebrazioni estemporanee di vita quasi buona, non mi racconto più quasi ormai neanche nei sogni neanche in quelli che non ricordo che fine ho fatto non vorrei, quasi. Disperdersi in una ricerca di un grigio che non sia così barbaramente vicino al bianco da lasciarmi annegare. Strappi cranici fluire flebile fiere in caccia annusano, denti tranciano, è la fine accudisciti, accudisciti urlano queste mie carni paranoiche, resti. Addensarsi poi in altri punti di magnetismo ineluttabile disinfettati da ogni sterilità a randagiare tra le macerie in via di riqualificazione, ancora una volta vinti, vivi.
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