Ad intrecciarsi in figure imperscrutabili

febbraio 26, 2012 § Lascia un commento

Era in un certo senso nevicarsi addosso con dieci gradi sopra lo zero aspettando il grande freddo che riuscisse a conservarci almeno qualche traccia ai bordi di quello che saremmo voluti essere. Stavamo affogando e respirando con una stessa unica bocca e ti avevo visto quasi piangere una volta quando sapevo scrivere cose che tremavano di più, e forse anche tu me ma non credo d’averti dato tempo abbastanza per vederlo. Farò dei colori disastrosi quando imparerò a disegnare e ad amarti e poi a smettere di amarti, credo di averlo detto una certa sera di poca importanza, ma forse neanche di questo ti avevo dato modo di accorgerti. È un peccato veramente che non abbia un righello in testa che avessi avuto i pensieri millimetrati sarei riuscito meglio a spiegarti le tre cose che con scarsa sicurezza credevo di aver capito su come non vanno le cose, ma forse neanche serviva. La migliore calligrafia ce l’avevamo sulle lingue quando non parlavamo e le dita erano buone a contare anche le ossa più piccole per ricordarle a memoria e farci poi dei sogni più precisi. La virtù sta nel mezzo dell’eccesso provavo a teorizzare senza alcuna decorazione a sostegno. Riuscivo sempre a deludere ogni attesa di originalità che tu così bella non riuscivo a dirti altro e ti giuro avrei voluto avere degli sprazzi poetici per inventare frasi commoventi su di noi incollati vivi. E avrei voluto pure con infinita cura e pazienza avere le mani adatte per intessere con il filo rosso di questa specie di malinconia le maglie delle lunghe assenze, l’ago in ogni trascurabile buco dei giorni che si lasciavano sgranare con un’inavvertibile dolcezza di fondo. Non avremmo chiesto mai a nessuno ci giurerei di capire l’unità di misura delle stagioni. Ci avevo messo del tempo a collocare con discreta precisione dove era che più mi mancavi e alla fine era quasi sicuramente tra i gomiti e le spalle la tua esilità stretta dentro. Ogni minuscola frazione di una carezza ad occhi persi, vorrei ti arrivasse.
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Prima che torni inverno

febbraio 19, 2012 § 5 commenti

Anime perse anime perse cieli grigi anime perse sangue marcio cuori spenti anime perse, un cazzo di labirinto. Lune che se ne andavano senza i famosi occhi specchio, due pozzanghere calpestate rive frastagliate ai lati del naso, tutto il peggio che c’era da regalarci. In coda tra tutti i nostri sbagli non avevamo neanche fatto in tempo a salutarci, dirci quelle patetiche cose di avvenire sereno e stronzate simili, ci eravamo risparmiati in un ultimo atto di pietà reciproca, forse solo perché eravamo scia di futuri diversi. Mi facevo di lato giusto prima che mi crollassi addosso che ho ossa di cartapesta e mai ce l’avrei fatta ad arginare disperazioni altre, altre dalle mie, o forse si se avessi ripreso aria. Cane che non fa branco muore mi dicevi. Eravamo ricoperti da pellicola trasparente almeno tre strati intorno al volto e ai discorsi annoiati come vecchi cerini consumati fino ad un centimetro dalla base, non se ne vedevano più in giro, che eravamo fuori moda pure nelle similitudini. L’accidia di mesi interi a scansarci in emergenza gli organi sensibili come fossimo gli unici assassini della terra. Ogni notte breve abbandonavo sotto la nuca più sconfitte di quanto riuscissi realmente a ricordare e te le raccontavo tutte che erano specie di romanzi malformati dal finale che non lasciava traspirare tutta la tristezza legata dentro, nodi, riverberi a tenuta poco stagna. Erano le ipotesi di commozione a mancarmi quando non c’eri. Fa quasi male non farsi male.

Popoliamoci a tastoni ossa gelide organi precari

febbraio 5, 2012 § Lascia un commento

Avevo gli occhi chiusi ed era inverno, avevo gli occhi salati che non ci ricrescesse niente per tutte le profondità possibili. Tu avevi le dita fragili e pazienti, avevi le dita precise che sapevano conquistare granello per granello partendo dai bordi delle palpebre ispessiti dall’insonnia cronica e dai detriti di tutti i castelli in aria franati senza la spettacolarità che sarebbe stato lecito aspettarsi. Avevo smesso da sei giorni di combattere le variazioni climatiche sterilizzanti desertificanti, biancheggianti all’infinito per lasciarmi sterminare fino all’ultimo sussulto percettivo, desertificanti, e tu avevi le mani tutte sporche di colori a olio tubetti seminuovi che portavi in tasca chiusi male, mi strisciavi in viso inavvertite iridescenze dal retrogusto di commozione ad ogni carezza che non era una carezza, carne conquistacarne. Liste di squallidi questuanti ore scarsamente oscene, con cura ce ne tenevamo fuori che non ci fosse un istante di confusione mai, gli sguardi iperuranici. Pensavo che avessi avuto tanti soldi banalmente me ne sarei andato per tutto il mondo a cercare di morire giovane tra mille inconsistenze cerebrali, e ci avrei portato te che mi sorridi agli incroci spopolati gelati come alla fine di un racconto per bambini. Vaffanculo così frangibile non  puoi che essermi bella le tue disfunzioni in pancia alle mie sarebbe un’autodistruzione assistita da specie di punk romantici che se ne vanno in silenzio per incassare pugni tra le strade a lottare assideramenti diffusi. Psicolabilmente felici ci immagino con la consapevolezza della fine stretta tra le ciglia senza mai un domani da farcire di addobbi postadolescenziali in attesa di una festa più o meno improbabile, un presente nella parte più irraggiungibile di noi stessi. Compulsivi e disperati come urla emocore di un album uscito di domenica sera che entrambi quasi ci piangevamo sopra, raggomitolati urla scatti mani aggrappate alla finta lana che ci lasciava freddo ancora da sentire. Incommensurabilmente, forse non sei tu, sembri tu.

Quella volta che i Luminal e io

febbraio 2, 2012 § 2 commenti

-Cose da un blog fa-
Ci sono quelle cose che ascolti e sembra che stiano parlando proprio con te e allora decidi di rispondergli.
Quelle cose ad esempio l’album dei Luminal, “Io non credo”.
Loro hanno detto e io ho detto, non per forza ne è venuto fuori un dialogo coerente.

Qui c’è il download del file in pdf, più fruibile, leggibile : http://www.mediafire.com/?0s7fu13gmn1r8i2
Qui l’album
Qui i Luminal
Lo vuoi tu un pugno nello stomaco?
Signore e signori dell’accusa
Mi leggevo al contrario cercando i refusi o gli spazi vuoti di quando non mi ero liberato proprio da niente, la mia collezione di colpe ma senza senso senza peso. Urlava che era una bestia dentro, denti su organi e tendini, da fuori mi guardavo sbattermi a sangue addosso a dappertutto. Tanto alla fine non mi scacciavo mai veramente. Le cose che mi prendevo di sopra per farmi uno scopo non duravano mai abbastanza se stavo attento. E non era neanche con te che ce l’avevo però ora basta che potremmo continuare ad insanguinarci le pupille all’infinito a furia di non capirci. Forse c’avevi ragione che ero una serie di pezzi strappati e riattaccati male solo per dare un senso d’insieme. Ma forse è il mio modo di non perdere, che come desiderio non è poi cosi strano. « Leggi il seguito di questo articolo »

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