Ci trascineremo oltre la scia dislessica delle vene nostre

gennaio 26, 2012 § 1 Commento

È  in punta di dita che vengo a scriverti al buio che penso devo smettere non sono in grado stavolta, basta. Le parole mi cadono non le lancio più, una questione di pesi forse e vedile come non corrono più, strisciano. Eppure le cose da dire quante ce ne sono però sono stanco, tutti la campagna pubblicitaria di se stessi e non è il mio campo, non lo è. Avremmo dovuto ucciderci qualche tempo fa con una pistola vera, o un coltello affilato coi denti anni prima, che avremmo fatto tanto sangue e un sacco di scena, ma non lo sapevamo bene. Avremmo dovuto credimi, tu me e io te in un attimo di lirica dolcezza, senza il tempo di accorgerci che potremmo farci a brandelli semiatomici e che abbiamo l’altezza giusta per renderci indistinguibili. Il cielo che ci inciampava tra i piedi o era nebbia, non c’era un angolo che non fosse notte e sembrava scolarci in viso una perdita corrosiva come per dirci i reciproci punti di accesso. Potremmo solo amarci almeno tre giorni o tre volte, sembra scritto in quello strato d’aria tra le labbra mie tue, denso. I tempi lenti solo a dire che non ci saremo sdrucciolevoli e avremo altre cicatrici molli per sempre che ad ogni angolo chiameranno dio per nome senza codici reverenziali o formule di cortesia, per dirgli che lo avremmo adottato avessimo voluto un altro figlio oltre noi. Ci scambieremo i doppioni di disastri e guerre perse per averne una cura spasmodica, mani a sciarci sul viso con grazia infinita, strette sulle schiene di pelle tirata. Non siamo formiche senza antenne ma neanche abbiamo parti ignifughe, scoppieremo presto come gli stomaci e forse una scheggia ci attraverserà da parte a parte in un abbraccio per farci dei buchi complementari da rimestarci le dita dentro per ricordarsi di noi. Un abbraccio come sulla soglia di casa se fossero stati mesi di assenza feroce, intendo. La scarsa mia capacità di sopravvivenza a degli occhi buoni, abissali.
Annunci

Come non sappiamo sbiadirci bene

gennaio 9, 2012 § 2 commenti

Cosa ci stavamo dicendo mentre l’orlo delle dita sembrava brinarsi di tutto l’inverno che si poteva mettere in una sera, chi lo sa cosa ci stavamo dicendo non ricordo mai niente. Ero invece immerso in tutte le cose mie che non venivano fuori mentre ne sputavo mille altre inutili per avere il tempo di capire chi o cosa non eravamo, la tua sciarpa che non sapevo dove incastrare e continuava a sciogliersi in mezzo a tutti quegli esseri umani. È un massacro massi dall’alto schizzi di pelle ovunque e sotto i piedi nudi, ci salveremo ti dico. Le mie ossa crepate allenate alla fuga mandavano degli incontrovertibili segnali di pericolo quasi obliati, lo sterno soprattutto diceva andiamo via muoviti, lo sterno soprattutto era il più rotto, il più saggio, sembrava. Le mie ossa avevano perso tutto lo stoicismo nelle calcificazioni. È una guerra fidati, me ne intendo, è una guerra ma noi rimarremo vivi, fidati. L’interpretazione dei miei spezzoni di sogni dove mangiavo dolci che neanche mi piacevano diceva cose di gioia con troppo ottimismo, inaffidabili come i fili che uscivano dalle vene dei polsi quando c’è vento, che mira c’hanno. Dicevo che solo le mani sanno tutto e adesso come sono lente che non riescono quasi più a urlare cosa gli è successo tremano, i loro metodi di espulsione. Non è questione di vincere è questione che non ci prenderanno, non sanno piovere non sanno e noi avremo già incendiato tutto. Dei buchi a forma di rami autunnali dalle parti dello stomaco, canali di sfogo per salvare organi più sensibili da maree totalitarie che salivano dal ventre. Granelli addomesticati per sconfiggere gli anni ti lasciavo in tasca chissà se te ne accorgevi non importa. Volevo parlare piano per non dire niente con più attenzione, gli occhi l’odore. La verità chissenefotte. Si ricorderanno di noi ché non ci raggiungeranno mai, vivi, ti dico.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per gennaio, 2012 su deanmorrisonn.