Buone feste, stronzi

dicembre 25, 2011 § 5 commenti

Piccola storia dedicata allo sfoggio d’idiozia decembrino.
Mi svegliavo come dopo tre giorni tre di sonno e gli occhi non si aprivano, proprio non si volevano aprire per tutta la secrezione  dei canali lacrimali, incollati, e io mi sentivo venire da un’altra dimensione circa, un passaggio sonno-veglia rimasto a metà con la testa tagliata in due da una fitta impassibile. Però era un mese che non bevevo, almeno mi pareva, e quindi non lo sapevo proprio cos’è che avevo fatto l’ultima volta che ero stato sveglio. E poi quella cosa lì che mi sentivo fredda sulla fronte, cos’era. Ne arrivava un’altra, ecco cos’era, c’era qualcosa che mi gocciolava in testa ma dov’era che mi ero addormentato, proprio non lo capivo e quegli occhi sigillati non riuscivo ad usarli. Le mani non facevano effetto sulla faccia non le sentivo assolutamente, o forse non stavo riuscendo ad alzare le braccia o era una questione di mira ma niente ancora tutto buio e queste gocce sulla fronte. E iniziavo a capire che mi pungeva qualcosa più o meno dappertutto, non ero mica su un letto. Piano piano le ciglia parevano sciogliersi da quell’abbraccio costretto da quella specie di muco e le palpebre impiastricciate iniziavano a rispondermi. Ci riprovavo con le mani sul viso ma niente, inconsistenti, gli sforzi andavano concentrati su altri muscoli e finalmente, lentamente, si schiudono le fessure, mentre ancora una goccia mi prendeva proprio sopra il naso. Al quarto tentativo ecco che ci riuscivo a spalancare gli occhi e una goccia la vedevo arrivarmi verso il centro della pupilla sinistra e non c’era stato nessun tempo per evitare che m’annegasse l’occhio, di nuovo inutilizzabile. L’altro, il destro, aperto spalancato, e cercavo di esplodere un urlo ma erano dei mugugni strozzati ad arrampicarsi dalla gola. L’altro occhio, il destro, in una lenta messa a fuoco mi stava squarciando tutti i sensi fino al sesto. Sopra la mia testa, pochi centimetri sopra la mia testa,  pendevano due braccia senza corpo, attraversate da due cavi metallici rigidi, grigi, ricordo. Dalle punta delle dita colava con impassibile precisione il finale di un’emorragia arteriosa e venosa insieme. Tutto l’orrore e la nausea che potevo erano saliti al cervello sovraccarico di ogni impulso esistente in natura senza alcun ordine o successione temporale. Fissavo quelle mani senza riuscire a smettere e più le fissavo e più impazzivo, come classicamente si può immaginare.  In alto, sempre l’unico occhio salvo non finiva di affogarmi nel terrore e ancora mi contorcevo tutto per sputare un maledetto urlo che le mie orecchie, almeno le mie, potessero esplodere e la laringe sanguinarmi. In alto, dove originavano i cavi metallici, grigi, che il mio occhio, il destro, l’aveva visto dopo, al posto del soffitto c’era uno specchio. Le viscere le sentivo distintamente pulsarmi dentro la bocca che dentro quello specchio c’ero io, sdraiato su un cazzo di abete abbattuto con i regali intorno, con le braccia strappate. Erano le mie mani che sgocciolavano, neanche ci avevo fatto caso alle mie cicatrici, e avevo tutta la faccia rosso sangue fino al collo, ed io ero nudo su questo cazzo di abete con le braccia strappate, rimanevano dei moncherini frastagliati attaccati alle spalle, e c’erano i regali intorno. Fissavo nello specchio me che non riuscivo ad urlare e che d’improvviso secernevo dalla bocca litri di schiuma bianchissima che mi colavano lungo la guancia, sinistra. Per un momento forse avevo anche smesso di tremare, che la possibilità umana di percezione era finita da tempo e non era neanche più terrore quello. Le braccia, le mie, sospese sopra di me, avevano preso a muoversi, le dita si aprivano e  chiudevano in violentissimi scatti meccanici che le unghie avevano screziato tutto il palmo. E scendevano quei centimetri che le separavano dalla mia faccia, lentamente, senza alcuna voglia di non farmi avvertire l’ineluttabilità del momento, mentre io ancora cospargevo tutto intorno di quella schiuma primordiale che non smetteva di fiorirmi dal centro della bocca. Un attimo prima che le mie mani strappassero i miei occhi dal mio viso, affondando nella carne sempre più a fondo, continuando meccanicamente ad afferrare il mio corpo se stesso spietato fino allo stridore delle unghie sulle ossa del cranio, un attimo prima di sentirmi gli occhi vivi, viscidi, nelle mani che inspiegabilmente ancora inviavano a me stimoli tattili. Un attimo prima avevo fatto in tempo a cogliere una scritta, rossa, sullo specchio, di cui appena in tempo ero riuscito a cogliere la magistrale ironia, buon natale e felice arto nuovo, diceva.

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Le dita assenti tra le costole da contare

dicembre 19, 2011 § 2 commenti

Urlami perché non mi urli cristo urlami non contro dalla tua bocca spalancata disperata devo uscirne io proprio io in carne viva senza prospettive, macellata. Sfocato vibrante il nostro tentativo di non sfigurarci gli apparati gastrici a furia di rinchiuderci in minuscole scatole cinesi impermeabilizzate. Testa e nervi compressi sembriamo attraversarci come emicranie schizofreniche in esplorazione propria di animali acquatici. Cosa succede quando non succede niente, tu chirurga improvvisata usi mani e non pinze, quello non era neppure il cuore e ti sembra modo di ricucirmi questo. C’era della sabbia lì e forse veniva dai castelli che non eravamo riusciti ad abitare lontanissimi, non avevamo più acqua per farli stare in piedi aridità di sinapsi coincidenti. Poi capita che ti sporco addosso tutto il male che mi prende il sonno e la gola a calci se servisse a liberarmi ma non serve. Neanche te potrei mai liberare da niente che non corro più da tempo. Nocchefionda pezzi di denti, rimarremo tramortiti quasi per sempre, ti dicevo, sembrava quasi ovvio da certi bianchi e neri inventati all’insaputa reciproca. Sinergie di colpi a vuoto era per prenderci mai di striscio con ferite non letali, certo pulsare crittografico ci premeva il petto per un messaggio commovente che non ci riusciva di capire. Tutti i nostri giorni sbavati che non eravamo così membranici come ci dicevano una volta, sgocciolanti. Le reazioni organiche dei corpi e delle macerie, la luce blu notte amniotica ti fioriva in faccia e continuavi a sembrare una stella solo per disperarmi stella mia, tremula. Dagli alberi porpora soldati, in fluida marcia ancestrale, rami messianici senza vista cantano orme delebili di noi viandanti spersi nell’infinita umana sconfitta, fuor d’ogni speme di nemesi illusoria, ti scriverei con tutti gli a capo necessari c’avessi mai visto epici, ma io era solo per dirti che mi manchi tu che non ti ho vista mai, da vicino.

La fragilità che ci baciava le tempie

dicembre 11, 2011 § 10 commenti

Avevo ricollocato in ordine sparso i frammenti della nostra inesistenza commovente per farne quasi una storia fuori portata anche dalla mia immaginazione. Da un ignoto certo punto in poi non avevamo più niente da non avere, neanche noi in rara congiunzione astrale con noi stessi. Nelle ritrosie disperderci fino ad un limite indefinito che conquistava senso litro dopo litro, ogni piccolo pezzetto di cervello consacrato alle nuvole e poi svenduto senza alcuna cerimonia di commemorazione. Sovrastrutture, avevi deciso di farci schiantare addosso a domande inutili con la tua patente per incidenti mai troppo spettacolari. Lo straziante omaggio ad un’apocalisse piuttosto cinematografica senza possibilità di redenzione. In volo il guscio tropicale dove spegnevamo le sigarette da sempre aveva disegnato un’isola di cenere sul pavimento, con solo due cicche sopra, distanti, accartocciate, quasi spente quasi del tutto. Crolli urla spasmi, i battiti, le vanghe. La sconfitta franataci addosso che non riusciva a terminare mai. Solo che con amore infinito ti strapperei la pelle sugli occhi a morsi che così mi guardi bene me con tutto il vuoto intorno. Per ridarti tutte le unghie nevrotiche spaccate nelle pupille, braccia continue ossessionate meccaniche sulle palpebre a sangue, fino al sangue a scavare dentro che non restasse niente, per tutti i dopo dove non ci saremmo stati più ad ogni costo. Non sopravviversi mai, questo conta. Il finale ultraviolento che non  riusciremo a darci con scie rosse dappertutto e lividi a perdere per tutti i centimetri fisici a disposizione. Le bellissime foto che non avremo da dimenticare, di abbracci viscerali e altre cose invincibili. Rampe di concentramento per tuffi nel vuoto di organismi instabili, anche i sogni meriterebbero l’eutanasia. Poi, d’inverno, c’è sempre freddo da curare.

A schivarci non saremo mai abili noi

dicembre 2, 2011 § 6 commenti


A sbranarci le ultime speranze di rivoluzione, stiamo perdendo stiamo perdendo è evidente. Non abbiamo da raccoglierci che frammenti inutilizzabili e figurine di quando potevamo farcela, tutte in un sacchetto di tela nera che non facciano neanche rumore quando cammini. Fumo in faccia sui futuri nostri, che ce li hanno scopati, fottuti. Ci rimane solo da essere romantici come non mai, gli sconfitti che fanno tutte le poesie del mondo e sarà tutto in momento che scoppieremo senza fine come le canzoni. Non sappiamo reciprocamente nulla di noi oltre gli occhi, sappiamo tutto. È una fuga che ci dipingeremo addosso per riuscirci invincibili, le lacerazioni strazianti livide sulle braccia integraliste. Quante stronze volte lo dovrò dire che non ci sarà una fine stagione mai, sempre seduti sui cornicioni pericolanti dei posti più abbandonati che conosci amore. Ci sposeremo con gli orizzonti dispersi alla fine delle città morenti di solitudine senza vestiti adatti a nessuna occasione. Dal preciso istante che non ti conoscevo per la prima volta eri tu, l’inconsistenza toracica che con la punta delle dita potevi sfiorarmi l’aorta e le cose intorno. Tutta una storia che non esiste e le mie parole nelle tue che forse non esistono neanche quelle. La biografia delle ossa distrutte e di altre voragini sparse su tutta la strada che ci portiamo nelle tasche. Avremo almeno cinque mila silenzi da regalarci che navigavamo tra altri fraintendimenti e noi invece non dovevamo spiegarci niente. Come gli scandali ci parleranno addosso le pelli nostre urlanti linguaggi osceni in coabitazioni psicofisiche. Ci riscriveremo tutti in corsivo messaggi criptici sul bordo delle spalle, che si leggano solo allo specchio come ridirceli ogni volta. Una vita che ci si farà malissimo a metterla in uno scatolo di cartone o sotto qualche nome. Facciamo presto che dobbiamo consumarci, non c’è tempo.

Dove sono?

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