Di quei secondi raccolti negli anni che mi hanno spaccato i denti

agosto 18, 2020 § 4 commenti

Ho fame ho fame blateravo no che dico fame è fine voglia che cose abbiano fine ma poi mi dicevo che cosa cambia se possono finire solo in un modo le cose che non ce n’è poi uno diverso neanche lo sai immaginare e forse questo vuol dire quando uno non ha speranza e forse è la prima volta che io ho sentito che quella fiamma che sempre mi ha detto in ogni secondo che qui ora si aggiusta tutto si aggiusta, guarda io ce la faccio perché se una cosa ho è la resilienza è riuscire a ripararmi pronto subito per rompermi di nuovo, ecco questa cosa qui basta finito, e tu lì puoi dire solo che ci saremo nel prima e nel dopo ma il dopo che come è sua natura mai sarà uguale a prima, questa volta qui il dopo sarà con un pezzo di meno che non ha compensazione mai, tu stai lì in piedi e tutto, però con un pezzo di meno. Su questa cosa qui io penso che tutti si aspettano parole tutte brillanti e di sicuro profonde guarda che bel pensiero e poi invece di tutte queste cose io non riesco quasi a dire niente che ci penso e madonna mia ma che sono diventato mica un santone, gli altri alla fine le cose le sanno per sé e tutti quelli che le vanno a dire in giro le cose come stanno, tu gli dici e gli devi dire vedi che tu ti sei messo qui su una cattedra che non esiste e ci stai spiegando le cose come stanno a tutti, a uno così c’è da ridergli e allora come posso io pontificare a tutti questi pontificatori che poi arriva un altro e pensa che cosa vuoi tu che ci dici le cose come stanno, e lo dice di me. Ma le cose mie io posso dire che stanno in un modo che devo dire di tanti errori che questa storia che gli errori sono buoni a chi se l’è inventata vorrei dirgli vieni qui a saldarmi tutto com’ero prima degli errori o meglio ancora a farci i conti tu e poi lo vediamo se sono buoni gli errori, mi sembra una grossa stronzata abissale questa qui, e neanche innocua che ha procreato come fosse normale l’orgoglio degli errori, finché la passo liscia ripeto gli stessi errori come una formula giusta, e questa è l’unica cosa che vuol dire solamente, che in un modo che non hai capito o meritato sei qui ancora senza neanche tirare un sospiro di sollievo, quindi io posso dire di alcune cose sparse svilite che mi scolano nei giorni e a volte notti e alcune tagliano un pochetto che ci sono delle buche di vigliaccheria che dentro mi ci ritrovo a chiedermi perché non sono stato migliore, perché io non mi sentivo peggiore di me, avrei potuto. Queste cose qui sono alcune e poi altre che se uno dice di dolore di male che ti prende dal punto centrale di dove senti e poi se ne va sparso per ogni angolo di dove vedi e tu in quel momento vedi davvero tanto tantissimo, sarebbe stato molto meglio essere in una stanza minuscola e invece l’orizzonte se ne va dietro l’orizzonte sconfinato appena ti sposti, una specie di mare aperto del male che senti. E allora io dico come dovrebbe essere qui restare in piedi o in ginocchio ma mai accasciati comunque quasi dritti, eretti, in postura piuttosto composta avanti, si guarda avanti si va avanti verso cosa che cosa c’è lì davanti che bisogna guardarlo andare verso e mai raggiungerlo, un’immagine un’idea un’ipotesi che non ha una pelle non ha niente che si può sfiorare toccare o stringere è fuori o è dentro, io ci passo attraverso dieci volte e non ne capisco l’odore, il colore è sempre un altro colore e allora forse ho capito che coi morsi io poi riesco a trascinarti a terra, caro mio avanti, e mi fermo un attimo a dire che io padre volevo salvarti strapparti io con le mani e le unghie le cellule imperterrite, abbracciarti ancora, ancora un po’ solo un altro po’ ti prego non c’è fretta che io in questo modo qui diventi grande nel mondo non c’è fretta che neanche ti puoi disperare un attimo, come farai adesso a vedermi che sarò migliore, come farai papà.

Sempre lo stesso anno in Palestina

luglio 14, 2014 § 4 commenti

Steso sull’inutilità delle mie palpebre al cloroformio chiuse tre volte per proteggermi i sogni esco da sette minuti di sonno stremato ed è di nuovo giorno e giorno ancora. I numeri continuano a fare croci senza assicurarsi che bastino per tutti, meno che la speranza il cielo scaglia di tutto su vite disidratate, edifici umiliati, umanità violata, cuori all’osso.
Sguardo in alto ad implorare fortuna
che non sia per me ancora
a sfidare statistiche
che ne cadano pochi stanotte
a resistere
tra le mani una pietra
e l’esistenza.
Raccogliere i futuri sotto i tetti nati fragili, scavare piano, spolverare col palmo i minuscoli volti che neanche i baci disperati faranno sorridere ancora, le dita che non sanno ancora contare le vedi sparse, da raccogliere, rimettere insieme tutte queste piccole parti solo per misericordia alle madri, conservare in un unico luogo ogni frazione d’amore.
Non è dio né la terra.
Snocciolare pretesti aberranti incrostati di polvere e millenni da tenere in umido con lacrime di fine stagione.
Disprezzo non basta, rabbia non cede.
Vi incideremo sulla coscienza ogni inutile giorno di speranza in bilico tra miracoli di piastrine e mancata sopravvivenza mutilata. Saremo il primo equinozio e vi laveremo dall’innocenza e dalle copertine, vi laveremo senza concedere nessuna forma di comprensione.
Voi vivi e integri
un arcobaleno da circo che non smetterà di rincorrervi
pieno di giocattoli e voci sottili.

Gennaio 2009.

Novembre 2012.

Luglio 2014.

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Torace

giugno 12, 2014 § 8 commenti

Mano alla nuca
cranio nel braccio sinistro
espiro lotta
impassibile ferma incosciente
nell’unico modo di fare
in faccia
prendo al collo
trovo il ritmo
parlo nelle inspirazioni che i significati vengano incanalati non vorrei ripetermi
così lucido
non so perdere conoscenza di me e delle mie parti parlo piano
espongo chiaramente
carenze vitaminiche allegria svenimenti assalto assalto tremore leggerezza notte qui mi voglio scorrere e mai altrove lo sto spiegando sputi lacerazioni libertà urla merda sangue unghie pelle nevrosi spero ci si sia intesi scontrarmi le spalle nei passi dell’andare con tutto il rassicurante visto vissuto o pensato lo regalo al tempo perduto
dove qui
invece
nulla si perde
ché il tempo, tra l’altro, è grandezza fisica inesistente
sono mica i giorni sant’iddio marcio da tenere in conto oppure la conservazione io mi abbraccio alla luna corro verso me chi voglio essere cosa voglio divampo in velocità io brillo in ogni punto io brillo nei cliché distrutti io scorticato e sporco brillo ad un passo dallo schianto o dalla salvezza
io brillo
io sono tutto il mio cielo che mi sovrasta
e accoglie
mento
non lo sono tutto
confondo le parole
per verificarne la precisione
in questa calma gravida
fiore del verde mio sfondato da luce naufraga orizzontale ricovero o appiglio d’un vago tremolio delle estremità e dell’orizzonte insieme ma io affondo la presa nelle budella d’ogni cosa umana che mi percorre strappo le porto alla bocca m’imbratto ne faccio offerta mentre lo sguardo sempre saldo lo sguardo non
trema
lo sguardo non
vacilla
non segue il gesto
non si distrae
non spiega non chiede
sa e dice
costruire creare diramarsi in nuove forme qui so cercare qui so trovarmi
nel centro del centro della comprensione si parla lo stesso silenzio.
Prima del tramonto saremo di nuovo sbronzi e andremo a finire in quest’acqua che sembra gelida, ci asciugheremo con le mani, rideremo e saremo morti di freddo.

Qui a ripopolarci i giorni stretti tra le ciglia degli istanti

marzo 26, 2014 § 2 commenti

Affliggimi affliggimi vergogna di vita straziata del vento mangia le ossa rifuggiti in tenue sperso cinereo palpitare sei fioco impasto di frattaglie declami tepore e sposi l’inverno mi avvinghi mi storpi io ti guardo e non tremo hai da passarmi intero tra i denti e io masticato ti so ancora sputare in faccia con incedere claudicante sperdermi senza avere niente da parlarti ancora maledetto sfintere di giustificazioni mi abbracci mi supplichi io ti trascino fino alla tua stanchezza aggrappata all’ultimo lembo martoriato di pelle mia che ti brilla sotto le unghie non mi soffochi non mi affondi in nessun modo ancora le viscere dentro le viscere siamo fatti di solitudine e violenza e velocità e impercettibilità delle decisioni e piccoli egoismi vari travestiti da resa o da altre finzioni socialmente più nobili, ce lo siamo già detti più volte e non pare tu abbia più capacità d’impressionare me o la mia valutazione della fine sempre tra le dita, di ogni minuscola fine, o qualsiasi altra cosa credo io, non ho che da sorriderti mentre ti muto oh vecchia piaga esistenziale, mentre ti assorbo come parte di questo tutto che scorre, ti accarezzo, mentre penso a tutt’altra parte del tutto e mentre penso che stella oh stella mia che galleggi con tre piroette lente ed ondeggianti sei forse chiodo o angolo di primavera diventiamo superamento e addizione questo volevi dirmi negli abbracci sconfinati oltre le braccia furia d’implosione spinta folle al nucleo restituita fuori in luce duplicata quasi sofferente per essere così tanto luce mentre noi restiamo il preciso ma non percepibile centro di questo abbraccio o cos’altro volevi dirmi che io ho smesso di darci collocazione in questi posti saturi solamente di strade siamo pieno di comprensione custodia saliva e sangue siamo solo esili corpi in tale marasma di pulsazioni e lampeggianti da tutto questo infrangersi come ce ne tireremo fuori non lo so troveremo dei modi adeguati promettimi solo che non ci saremo mai casa, hai gli occhi grandi pare di vederci il mio incendio.

In questo avvicendarsi d’incompiutezze

gennaio 6, 2014 § 7 commenti

Qualcuno piangeva ma non era commosso, qualcuno tradiva a voce piena me o una certa emozione, qualcuno spezzava le sillabe smorzando parole e scongiuri, eravamo tutti riuniti intorno al nostro enorme nulla lisciandone i bordi e riversandoci dentro seimilaottocento banalità così da averne indietro una distinta eco di nulla per seimilaottocento volte tutti soddisfatti di esserci salvaguardati ancora da ogni parola o riflessione che avrebbe potuto lederci il rassicurante costrutto esistenziale a fatica messo insieme mattoni su mattoni di evanescenze. Quand’è che scappava forte dallo stomaco quel riflusso impetuoso delle piccolezze ci portavamo mani alla bocca in tentativi poco eleganti di contenimento, sgocciolavamo all’incrocio delle labbra senza ritegno, tutti fuggiti in bagno con movenze di malriuscita eleganza. Mai impareremo ad esser dita sul piano di Rachmaninov, leggerezze preziose ad ogni passo una cura ad ogni direzione, così sarebbe stato bello riuscire a guardarsi tutte le parole a quel modo e poi non essere ancora nulla di nuovo, ma io non reggevo niente a lungo figurati l’attenzione e tu vestivi di blu come l’oceano, come ogni tendine della vita ci saremmo sfilacciati sino a scollarci dalle ossa e poi persi.

Del punto inesatto dove verrò a prendermi

novembre 24, 2013 § 4 commenti

Colléra colléra assatanati nati in cura ribolle mi pianga oh signore la prego mi pianga di notte che io non debba più imbonire gli altri imbonire gli alberi e le pietre tre buchi in una scatola molto molto grande ma noi perché resistiamo dove l’aria manca, e invece andare in ombre depravate mai mai così inconsistenti – vedi, arranchiamo – un gioco di rincorse da fermi vorrei che io volessi ma consuma solo occhi in fossa stralunata il non arrivare come unica destinazione, ti sei sentito forse a casa caro mio senso della vita come viene dove va, ritrovi sempre la mia mano dove non c’era più chi ce l’ha rimessa, crollano in corpore vili benedizioni affrante mi potreste regalare della vostra miseria un giorno in meno e parliamo a fiumi ci vogliono le strade ci servono le perle per i porci che di fame non smettono mai mi vergogno tante volte e mi accuso e mi giudico colpevole più di voi, più di me, me sulla soglia ad aspettarmi presumendo un vantaggio ma solo nell’errore.

Dell’istante dove perdevo sempre

ottobre 8, 2013 § 6 commenti

Come sei baleno come sei che mi pieghi gli occhi a certa violenza che mi strazi di laido biancore che mi affliggi di incomunicazione perversa sono ombra e ci sono ombre dappertutto questa è crisalide che mi abbraccia e io l’abbraccio racchiudimi ti sto vanificando va ni fi ca ndo – mi – distruggi ho una tenia nel cervello divora e sono vuoto più penso più non ho pensato vuoto una mongolfiera non c’è poi così poco ossigeno come dicono a seimila metri dicono loro gli altri qualcun altro gli altri ma quali altri dici sempre non io non credo più in questa indeterminatezza ad esempio lei che sarebbe stata della mia vita mi è passata vicino due volte all’esterno di una stazione metropolitana e io non ho fatto niente assolutamente niente così non è successo assolutamente niente ed ero sicuro che fosse lei certissimo mi sono ferito di precisione e inattività non so parlare questo è e allora mi merito parecchi niente ho rilasciato gli occhi verso la pavimentazione più stupida d’Italia lavorare lavorare dove sono i soldi nelle tessere degli altri ma se non esistono gli altri dicevamo l’autobus la coincidenza ho finito le sigarette siamo tutti sfiniti i qui assenti con la minima voglia di essere umani hai una sigaretta rifugiamoci al chiuso nostro proprio isolati ancora una volta sconfitti.

A perdersi le briciole su labbra sporche

settembre 25, 2013 § 2 commenti

Non eri tu a non vedere il modo nessun modo per incastrare quell’adesso nel divenire e non ero io a non afferrare con lo sguardo neanche le mie orme nei giorni di ogni giorno, passeggiando tra vetrosi e attanaglianti nichilismi piuttosto presenti, non eri tu non ero io se vuoi potremmo dircelo ma io credo che veramente lasciamo il tempo come è stato il tempo, lo sento pugno di farina alle intemperie, non ci ho le forze veramente per proteggerlo nelle forme più confortanti e resistenti, eri proprio tu ero proprio e credo che a questo punto abbiamo finito tutte le possibilità di ricrearci passati migliori, stai serena ti dico avremo memoria analgesica, disinfettante, acquatica e non è una questione di provarci, non mortifichiamo di parole la semplicità, perché non mi ascolti tre minuti serena, io ora ti dico che potremmo star qui a guardarci la punta delle dita con una certa soddisfazione per averle portate tutte intere e tutte e dieci sino al cospetto di certe età molto simboliche che non riusciremo neanche a fare finta di ignorarle, poi passarci in rassegna tutto il resto, tastandolo, inventandoci il riflesso di uno specchio, sentendoci contemporaneamente le due figure da entrambi i lati l’una a fissare l’altra, quasi completamente nude o nude del tutto poco cambia mentre stiamo tornando ai fisici asciutti di tempi più fragili, trovare ogni cosa abbastanza integra e visibile al suo posto, ricavarne sollievo dall’ordine e da questa approssimativa conservazione, potremmo se ragionassimo come cibo del tempo, ma io invece santissima gloria in carne della vita sono di una stanchezza che fa buche nei giorni te lo dico di nuovo, e anche addosso i buchi e io non so bene come fare a ritrovarmi quando ci entro dentro e ora in questo momento non ce la faccio proprio potrei ti prego rimanere qui solo tra le mie cose e cenere e robe senza questa sensazione che insieme qualcosa, insieme niente, veramente ti prego, è stato forse proprio questo mai incontrarsi dei basta e degli ancora, no era una frase per dire davvero, guarda c’ho pensato è colpa mia, sì che mi reggo in piedi però ora scusami sul serio, poi qui sulla porta i vicini e le mie mutande, dai ora penso proprio che devo vomitare, ti saluto.

Ci doteremo di quella sensibilità magnetica essenziale alle migrazioni

luglio 31, 2013 § 8 commenti

Come si fa in questa vita a restar sani a districarsi dal fango dei secondi a resuscitare da ogni degradazione a resistere al vuoto di un ottavo piano, queste domande nei volti nell’attesa di spaccarceli uno contro l’altro i volti, la poesia ti dicevo dov’è la poesia manca la poesia dappertutto urlavo la poesia cazzo e io soffocavo vero non vedi com’è svilente vivere come fosse solo vita solo tempo che scorre, non esiste il tempo quante volte devo dirlo ti gridavo, mentre arrivava la chiara e improvvisa percezione che rimpiangeremo molti ricordi che non avremo in comune, così cercavamo di colare seguendo una traiettoria che terminasse secondo calcoli male elaborati nei dintorni della bocca, a portata della punta della lingua comunque, avessimo mai voluto veramente saggiarci i pensieri, superficie cardiaca solcata da intermezzi emozionalmente gestibili mentre in ogni nostro saltuario contatto ci dicevamo silenziosamente ma forte menomale che si ci siamo e siamo noi e la cosa giusta per noi e un giorno saremo noi, a pensarci bene poteva essere anche straziante così, che un giorno a far due conti non viene mai ad aspettarlo, ma in fondo che importa ancora ci dicevamo mentre ci affidavamo reciprocamente all’intangibile chiarore degli occhi.

 

Guardi sempre verso niente

luglio 21, 2013 § 2 commenti

Da questo corridoio stretto stretto di merda fuoco e sangue io trovo piuttosto ingenuo sperare di uscirne puliti e sembra quasi in un certo senso anacronistico avere paura quando tutto dovrebbe far paura, stringere il cranio tra le braccia spigolose palmi alla nuca vedere solo i gomiti siamo torce siamo torce e non possiamo che bruciare e lottare il vento, annerire le pareti, siamo per consumarci e iniziamo consumandoci, il futuro un cappio a tempo che toglie un respiro ogni ora, ed è solo così e non c’è mai niente da dirsi veramente in quest’aria consumata in quest’aria pregna di puzzo sacro e luce anziana, rugosa, non rimane poi altro spazio che per muoversi in contrasto agli arti delle speranze fermi in cima al capo a schiacciare le vertebre, comprimerle una sull’altra farci più brevi e rigidi, piegarsi bisogna piegarsi per raggiungersi scorticarsi lungo tutta la colonna, legarsi gli errori all’anulare sinistro, rigirarseli con il pollice, le sconfitte scioglierle dall’aorta e farci una collana, i polsi sempre liberi invece, sempre pronti, senza evitare terra appiccicata alla pelle e alle cicatrizzazioni in atto, le infezioni sono solo altre infezioni, scivoleremo via unti di sudore quando poi per bene ci saremo convinti che ci interessa quasi niente per davvero, di quello che succederà quasi niente, conservare i denti per i vari ultimi finali che ci verranno addosso, contro cui ci scaglieremo improvvisi e violenti e avremo il nostro mulinare arti per ferire e stare a galla, con in volto l’espressione assente di sempre, uguale a sempre perché sempre è lotta in ogni altrove, non arriva niente dopo non c’è niente da cercare, da difendere, da difendersi, trovare un modo per farcela, sempre o ancora una volta, tenere le ipotesi di salvezza incontrate, toccate, almeno in tasca, a portata di pensiero, che si abbia qualcosa da stringere o a cui stringersi come fosse una mano da portarsi al viso in un gesto di inviolabile vicinanza.